Autore: Simone Giorgio

Sebbene per stile e padronanza del suo stesso immaginario Michele Mari costituisca un caso straordinario nella nostra letteratura contemporanea, è importante sottolineare che le tecniche adoperate in Di bestia in bestia pongono il romanzo in linea con la stagione culturale in cui è stato concepito (il postmodernismo); Mari dimostra di aver assimilato in profondità tali tecniche e di essere in grado di utilizzarle con dimestichezza. Nella lettura del libro, il tema indicato dallo scrittore emerge con chiarezza ed efficacia (la cultura come «trionfo» e «disfatta»), e la sua rappresentazione è perseguita attraverso un costante lavoro intorno al realismo, teso a portare le vicende raccontate ai limiti della plausibilità.

Se nella realtà Calvino è schiacciato dalle difficoltà che derivano dallo smaltimento dei veri rifiuti, e dunque è affranto dalla complicatezza della conoscenza del reale, il Calvino scrittore riesce, tramite appunto la scrittura, a mettere in ordine, «svolgere» il discorso che, nonostante tutto, gli appare ancora ingovernabile [...] il metodo di Calvino, quindi, sembra incrinarsi sempre di più nel corso degli anni, man mano che ci si avvicina al nodo finale di Palomar, in cui lo scrittore farà i conti con la base empirica della conoscenza e della selezione, la descrizione.

Non è facile seguire i tortuosi sentieri, le passeggiate o le cavalcate nei “boschi narrativi” lungo i quali ci porta Giordano Meacci nel suo splendido romanzo Il cinghiale che uccise Liberty Valance (2016): non tanto perché i luoghi in cui si muovono le bestie citate nel titolo sfuggono all’immaginazione del lettore (e anche in quel caso, una cartina appositamente inserita nel volume verrà in soccorso), quanto perché la lingua in cui il libro è scritto è di una creatività vertiginosa e demiurgica. Ogni passo del libro pare scritto in un impasto che, ad un primo colpo d’occhio, potrebbe far tornare alla mente i pasticci gaddiani: sicuramente, a questa impressione, contribuisce la sintassi spesso intricata, il citazionismo spinto (e perseguito ad ogni livello: da quello del cinema western alla formazione classica di uno dei personaggi, Walter); l’uso ricorrente dei localismi e dei termini dialettali (che aiuta, tra l’altro, a rendere più vivi e sinceri i dialoghi: espediente che Meacci ha usato sapientemente anche nella sceneggiatura di Non essere cattivo di Claudio Caligari, lì avendo a che fare col romanesco – si deve ricordare a questo proposito la militanza di Meacci nell’Accademia degli Scrausi guidata da Luca Serianni). Al tempo stesso, la sensazione che si ha addentrandosi nelle pagine del Cinghiale è quella di trovarsi al cospetto di una minacciosissima, densa e inestricabile nube di parole e di lingue: anche la scelta di non focalizzare il racconto su un singolo protagonista (forse si potrebbe assegnare il ruolo al cinghiale Apperbohr, e pure suona strano, e pure occupa comunque meno della metà del libro) concorre a lasciare, in chi porta a termine la lettura del romanzo, l’idea di aver appena assistito a una parata di personaggi che avevano tutti poco da dire, ma hanno tenuto a dirlo.

Quando si scrive di Saviano, occorre fare una serie di operazioni che potrebbero essere ricondotte a un insieme di separazioni. La prima separazione fondamentale da mettere in atto è quella tra il Saviano-personaggio (la popstar che campeggia sui giornali, che va in televisione, che esprime la sua opinione grossomodo su tutto) e il Saviano-scrittore (l’uomo che si accinge a mettere le parole in fila e tessere un discorso con il quale vuole comunicare qualcosa).  Il rischio che il primo si sovrapponga al secondo e ne infici il giudizio sulle opere è elevatissimo. Ma è il prezzo che Saviano paga per essere indubbiamente lo scrittore italiano vivente più noto nel mondo.

«Penso sia una circostanza narrativa molto classica: il personaggio si addestra, si attrezza, si arma, va in battaglia e nonostante sia così apparentemente perfetto e invulnerabile la battaglia lo metterà di fronte alla sua vulnerabilità, i conti non torneranno, i progetti faranno naufragio. L'armatura di Nimbo – che presume e pretende di essere una specie di eroe della parola – è proprio il linguaggio; per lui lessico e sintassi sono in grado di catturare il mondo in ogni sua più microscopica sfumatura costringendolo a farsi parola. Se la sua ambizione – la sua allucinazione – è questa, allora è pressoché inevitabile che la sua storia abbia come esito constatare, amaramente e con sollievo, che il mondo non si fa prendere tutto nel linguaggio (al limite finge di farsi prendere ma è così strutturalmente esuberante da risultare incontenibile) e che c'è sempre qualcosa, tantissimo, che rimane fuori, non semplicemente non detto ma più esattamente indicibile. Credo che in fondo l'ossessione di Nimbo sia proprio l'indicibile, un'impossibilità che affronta con l'unico strumento che ha a disposizione, appunto la lingua. Per tutto il romanzo è come se Nimbo cercasse di mangiare il brodo con la forchetta: qualcosa tira su, ma la sua azione è sostanzialmente infondata».

Pubblicata nel 2007, Cento poesie d’amore a Ladyhawke è la prima (e finora unica) raccolta poetica di Michele Mari (1955), narratore tra i più stimati del panorama italiano contemporaneo. Il libello, edito da Einaudi tra i suoi bianchi, ha riscosso un successo crescente nel corso degli anni, soprattutto in rete, dove ha cominciato a circolare tra i più giovani grazie anche alla natura stessa dell’opera, costituita da cento poesie più o meno brevi che si prestano bene al passaparola e alla mania citazionista che è tanto diffusa sui social network. Eppure, questo tipo di successo pop non rende giustizia alla raccolta, che presa nella sua interezza tradisce l’animo da narratore di Mari: la raccolta è infatti un canzoniere sul tema amoroso, o meglio, su una particolare storia d’amore che si evince essere sbocciata ai tempi del liceo e proseguita clandestinamente nel corso degli anni, sebbene il sentimento verso l’amata non fosse propriamente corrisposto.

Il tempo materiale è stato pubblicato da Giorgio Vasta nel 2008, per i tipi di Minimum Fax. Benché il nome di Vasta circolasse già nell’ambiente culturale, si è trattato del suo esordio, avvenuto dunque piuttosto tardivamente per gli standard attuali dell’industria editoriale (si ricorda che lo scrittore è nato a Palermo nel 1970). A questo romanzo sono poi seguiti Spaesamento (2010) e Presente (2012), quest’ultimo in collaborazione con altri scrittori.

Sin dalla sua pubblicazione, Il tempo materiale è stato salutato come una delle opere più importanti nel panorama della letteratura italiana degli ultimi anni. Nel recensirlo si sono spesi, sulle varie riviste, alcuni tra i maggiori critici letterari del nostro tempo, tra cui Marco Belpoliti, Raffaele Donnarumma e Romano Luperini.