Mercoledì, 29 Aprile 2026 10:39

Se ne scrivono ancora: voci di donne nella poesia italiana contemporanea

Scritto da Marta Marra

Nel panorama della poesia italiana contemporanea, alcune tra le voci più significative sono di donne: un dato tanto più rilevante se rapportato alla secolare scarsità dell’attenzione critica nei confronti della produzione poetica femminile. A questa marginalità storica il presente contrappone, sul piano quantitativo e qualitativo, un fenomeno di portata inedita.

Se ne scrivono ancora: voci di donne nella poesia italiana contemporanea

di Marta Marra

 

Nel panorama della poesia italiana contemporanea, alcune tra le voci più significative sono di donne: un dato tanto più rilevante se rapportato alla secolare scarsità dell’attenzione critica nei confronti della produzione poetica femminile. A questa marginalità storica il presente contrappone, sul piano quantitativo e qualitativo, un fenomeno di portata inedita. Le riflessioni che seguono prendono avvio dall’incontro con Riccardo Donati, nell’ambito del Seminario Voci di donne. Figure e testi della poesia italiana contemporanea, che si è tenuto presso l’Università del Salento il 23 aprile 2026, e interrogano gli esiti attuali della scrittura femminile nella poesia italiana dei nostri giorni.

Essere poetesse oggi significa misurarsi con una tradizione prevalentemente maschile senza ereditarne le battaglie di poetica e rifiutando repertori consolidati: così, i debiti con la tradizione vengono rifunzionalizzati e piegati al proprio discorso autoriale, lungi da una progettualità precostituita. Dalla pratica di una scrittura polimorfica e "fabbrile", come la definisce acutamente Donati, discende una marcata inclinazione metapoetica: la scrittura riflette su sé stessa e si interroga sui propri strumenti, assumendo un tono resistenziale rispetto all’impoverimento del linguaggio e dell’esperienza nell’epoca dell’estetizzazione diffusa, del “narcinismo”, come lo definiva Romano Luperini, della mercificazione della vita.

In questo quadro, nelle scritture di alcune poetesse appartenenti a generazioni diverse trovano spazio coordinate o costellazioni specifiche di temi, forme, figure: l’interrogazione sull’identità sessuale, le relazioni tra i sessi, la dimensione domestica e la corporalità, come tropi, costanti, pattern che vengono variamente articolati. Percependosi come parte di una dimensione più ampia, storica, naturale e cosmica, le poetesse trasformano il corpo in un dispositivo per oltrepassare la chiusura identitaria e costruire una triangolazione tra identità, dimensione fisiologico-biologica e linguaggio.

La scrittura di Patrizia Valduga, intesa come dispositivo di seduzione e come luogo di sodalizio erotico e intellettuale (con Giovanni Raboni), traduce la propria femminilità in una «celebrazione dell’eccesso erotico e del desiderio del corpo come esperienza ad un tempo di ricerca, privazione, attesa, autodistruzione» (Testa). Riduttivo leggerla unicamente in virtù della sua eccentricità: la sua è una femminilità interamente declinata nella consacrazione della poesia, del potere della parola, con l’aspirazione, erotica e metaletteraria - tra sacro e profano, corpo e lingua, eros e dolore - di avere «in bocca un’anima e due lingue» (Cento quartine, 1997, sez. 5).

Lontano dalla corporalità stratificata e immediata, eppure coltissima, di Patrizia Valduga, sullo sfondo di una domesticità spalancata, indifesa, resa porosa di fronte agli eventi della storia, il soggetto lirico di Antonella Anedda, «accantonata ogni ipotesi di privata salvezza, si rivolge all’accadere, cercando nella dismisura delle sue forme, impreviste e imprevedibili, una misura per sé» (Testa). Tale postura dell'io si traduce, come emerge dal verso incipitario di In una stessa terra (da Notti di pace occidentale, 1999), in un’esigenza insieme intima e civile di testimonianza che rimanda alla necessità di praticare la scrittura poetica anche nelle condizioni più estreme, in chiave fortiniana: «Se ho scritto è per pensiero».

Diversamente, Elisa Biagini si sottrae alla sessualizzazione del corpo femminile, configurandolo come macchina asessuata e intendendolo come «giustapposizione di partes extra partes: stoccaggio, assemblaggio, corpus» (Cortellessa). Si potrebbe parlare di una corporalità poetante che mette in scena, in mostra, la frammentazione del corpo, a partire dalla quale l’autrice afferma di ricostruire il senso: «se io presento il corpo nella sua interezza, il lettore non ha spazio per ricostruire sé stesso». La scrittura, scarnificata e sottrattiva fino ai limiti dell’afasia, assume così una tensione di demistificazione del reale, attraversata da tratti di infantilizzazione e da una dimensione fiabesca, come tratto ricorrente nella poesia femminile italiana contemporanea (si pensi, ad esempio, ai versi di Marilena Renda).

Infine Carmen Gallo, in Procne Machine (2026), innesta la ripresa e la riscrittura del mito e delle metamorfosi nella tradizione classica su una riflessione (politica, biopolitica) intorno alla condizione femminile. Al centro dei suoi versi, tra umano e inumano, si muovono donne che risultano oggetto di trasformazioni e violenza punitive. In una dimensione in cui il campare è sempre uno scampare, dentro una dinamica di fuga possibile e impossibile, la figura della donna-uccello attraversa il testo come nucleo mitico. Una scrittura perimetrata e inquietante, in una dimensione di blur che produce indecifrabilità e restituisce una verità antropologica del vivente, lontana da ogni proiezione unidimensionale dello sguardo (maschile). Una poesia che muove da immagini concrete verso una densità insieme tragica e metafisica, senza mai precipitare nell’astrazione.

Dunque, di versi se ne scrivono ancora e a scriverne sono, con forza e consapevolezza, voci di donne.