Lunedì, 18 Giugno 2018 11:53

«La fres-cia rosada/ dal timp pierdùt»: intervista a Piero Colussi, presidente del Centro Studi Pier Paolo Pasolini

Scritto da Alessio Paiano

Poche centinaia di metri separano la stazione ferroviaria di Casarsa della Delizia dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini, sorto all’interno della casa appartenuta alla madre Susanna Colussi. Qui Pasolini aveva trascorso l’estate del 1941 e sperimentato il friulano delle Poesie a Casarsa (Mario Landi, Bologna, 1942); a seguito dell’inasprimento del conflitto mondiale, nel 1942 la famiglia Pasolini, tranne il padre Carlo Alberto, internato in un campo di concentramento in Kenya dal 1941, trova proprio a Casarsa un rifugio più sicuro rispetto Bologna, dove Pier Paolo frequentava la facoltà di lettere. Proprio a Bologna Pasolini, insieme a Serra, Leonetti e Roversi, aveva visto sfumare il progetto di una rivista letteraria, «Eredi»; maggiore fortuna sarebbe spettata tre anni dopo, nel 1944, alla creazione dello «Stroligut di cà da l’aga», che testimonia secondo Nico Naldini «la ricerca di una lingua pura, vergine di ogni consumo ed elaborazione letteraria, attinta nel suo stato nascente dentro la grande selva delle lingue nate dal latino volgare: barbarica e cristiana»[1]. Nello stesso anno Pasolini compone il dramma I Turcs tal friul, ambientato ai tempi delle invasioni turche in Friuli (1499) e allegoria dell’invasione nazista; gli eventi narrati nel dramma sono attestati da una lapide votiva contenuta nella Chiesa di Santa Croce[2], monumento ritenuto tra i più pregevoli a Casarsa e luogo dei funerali di Pasolini, celebrati il 6 novembre del 1975[3].

Poco distante da Casarsa vi è la frazione di Versuta, dove si erano rifugiati Pasolini e la madre a seguito dei bombardamenti e dei rastrellamenti che avevano raggiunto anche Casarsa; è a Versuta che Pasolini, il 18 febbraio del 1945, insieme ad alcuni amici e poeti intenzionati a promuovere l’uso letterario del friulano, fonda l’«Academiuta di lenga furlana», la cui sede, costruita dal padre Carlo Alberto nel ’48, è visitabile nel complesso gestito dal centro studi. Com’è noto, la permanenza di Pasolini in Friuli termina a Valvasone, dove dal 1947 era stato destinato come insegnante presso la scuola media statale, a causa dei fatti di Ramuscello, che costringeranno il poeta a un nuovo trasferimento, questa volta a Roma, dove rimarrà in pianta stabile dal 1950. Le accuse di oscenità perpetrate ai danni di Pasolini (benché decadute anni dopo, nel 1952), gli causeranno un allontanamento dall’insegnamento pubblico e l’espulsione dal PCI[4], di cui era segretario per la sezione di San Giovanni di Casarsa dal 1947, in seguito a una breve esperienza nel Movimento popolare per l’autonomia friulana. In Friuli Pasolini non aveva mai smesso di scrivere poesie, raccolte solo in seguito nel volume La Meglio Gioventù (Sansoni, Firenze, 1954); la stessa sorte sarebbe toccata al romanzo Il sogno di una cosa (Garzanti, Milano, 1962), scritto da Pasolini anni prima, cioè nel periodo delle rivolte contadine del 1948 a San Vito del Tagliamento; altre prose, in questo caso postume, del periodo casarsese sono Amado mio, pubblicato insieme ad Atti impuri (Garzanti, Milano, 1982), e Romàns (Guanda, Parma, 1994).

 

Sede dell'Academiuta di Lenga Furlana

 

Abbiamo incontrato Piero Colussi, presidente del Centro Studi Pier Paolo Pasolini, per conoscere meglio il rapporto tra Pasolini e il Friuli e l’attività divulgativa e scientifica del centro studi.

 

Inizierei subito dalle ragioni che hanno portato alla nascita di una Fondazione a pochi giorni dalla morte di Pasolini (2 novembre 1975), a testimonianza di quanto fosse cruciale per voi tenere vivo il rapporto tra l’attività divulgativa e quella commemorativa.

 

È proprio così. Pochi mesi dopo la morte di Pier Paolo Pasolini l’amministrazione comunale convocò un incontro con alcuni amici e alcuni interlocutori ‘istituzionali’ per poter realizzare a Casarsa il Centro Studi Pier Paolo Pasolini, quindi un archivio dedicato alla sua opera. Questa riunione avviene il 17 gennaio successivo alla morte di Pasolini; all’epoca molto giovane, ero presidente del Circolo Culturale di Casarsa e assistetti da fuori all’arrivo di personalità importanti, come l’amico e pittore Giuseppe Zigaina, la moglie del poeta Andrea Zanzotto, David Maria Turoldo, l’architetto Gino Valle (che aveva anche progettato la tomba di Pasolini), Luciano Erba, l’editore Giulio Einaudi, Angelo Romanò (critico letterario e importante dirigente della Rai), e infine Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini e rappresentante della famiglia; a presiedere l’incontro il sindaco di allora, Gioacchino Francescutti. Ricordo che per l’occasione Graziella Chiarcossi portò due borse molto capienti di libri di Pasolini che regalò al Circolo Culturale e che costituirono la nostra piccola biblioteca. Purtroppo tutte le buone intenzioni di allora rimasero lettera morta.

 

Come hanno lavorato le istituzioni per accelerare la costituzione effettiva del Centro Studi?

 

Bisogna aspettare il 1990, anno in cui la Regione, in particolare grazie all’opera del vice-presidente Francescutti (lo stesso sindaco di Casarsa), acquisisce la casa della famiglia Pasolini, rimasta ormai disabitata dopo la morte dell’ultima sorella di Pier Paolo; infatti né Nico Naldini né Graziella Chiarcossi avevano alcuna intenzione di tornarci ad abitare. Contemporaneamente la Regione acquista la casa di padre Maria Turoldo, che aveva celebrato l’orazione funebre il giorno dei funerali. La Regione trasferisce poi alla Provincia la proprietà dell’immobile, la quale avvia un faticoso e lento processo di ristrutturazione. È nel 21 novembre 1992 che prende forma l’Archivio Pier Paolo Pasolini, gestito dal comune di Casarsa; l’inaugurazione avvenne alla presenza di Enzo Siciliano e di Laura Betti, e lì fu presentato in anteprima Petrolio. Fu un incontro memorabile, partecipato e molto intenso.
Altri soci, ma non fondatori, sono Cinema Zero, la Società Filologica Friulana e l’Università di Udine. Successivamente, negli anni 2000, anche la Regione decide di entrare come socio con una dotazione economica importante.

 

Quali furono le fasi di acquisizione del materiale che oggi costituisce il Fondo casarsese?

 

La fase successiva vede la Provincia acquisire l’importante fondo in possesso di Nico Naldini, composto da documenti autografi di Pasolini, rimasti per lungo tempo nella famosa “cassapanca” di Susanna Colussi. Nico Naldini oltre a questo raccoglie un importante numero di lettere che lui aveva pubblicato nell’epistolario in due volumi (Lettere 1955-1975, Einaudi, 1988), oltre che alcuni dipinti di Pasolini. Questo è il nucleo principale dell’archivio.
Accanto a ciò si aggiunge un altro fondo importante, quello dei coniugi Luigi e Andreina Ciceri, due studiosi e amici di Pasolini, che in Friuli si sono molto occupati delle tradizioni popolari e del folklore. Negli anni Cinquanta erano entrati in possesso di una parte degli scritti contenuti nella “cassapanca”, che consentirono loro di pubblicare due libretti di poesie con l’autorizzazione di Pasolini, Tal còur di un frut (Tipografia Artigiana, 1953) e Poesie dimenticate (Società Filologica Friulana, 1965); fra questa documentazione vi era l’importante scritto teatrale I Turcs tal Friûl (scritto probabilmente nel 1944)[5]. Poco prima di morire Andreina Ciceri, ormai vedova, decide tramite testamento che queste carte tornino a Casarsa, nel loro luogo d’origine, e quindi a casa Colussi. Con i due fondi «Nico Naldini» e «Ciceri» integra e completa la collezione ‘casarsese’ di Pasolini il materiale conservato presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze.

 

Vorrei porle due questioni sulla conservazione dei materiali: innanzitutto come affrontate il problema della dispersione del patrimonio stesso, alla luce degli ultimi fatti che vi vedono schierati in prima linea contro il dislocamento del materiale casarsese riguardante Pasolini[6]; e da dove nasce l’esigenza di digitalizzare i documenti in vostro possesso.

 

L’obiettivo del Centro Studi è quello di raccogliere i documenti che testimoniano la presenza di Pasolini in Friuli fino al 1950; poi vi sono altre sedi, come la Cineteca di Bologna, che hanno una documentazione più ampia (donata interamente da Laura Betti, dopo l’infelice tentativo di collocare il fondo a Roma) e con la quale abbiamo avuto rapporti sempre produttivi. Purtroppo è recentissima la notizia del ritrovamento di un’altra piccola dotazione di questi autografi, che provengono dalla stessa “cassapanca”, donati dalle zie di Pasolini (nei giorni immediatamente successivi alla morte del poeta) a una signora intenta a elaborare una tesi di laurea. Queste carte, a distanza di quarant’anni, sono state sì riconsegnate, ma alla Biblioteca Civica di Udine. Noi abbiamo molto criticato questa scelta, e auspichiamo che in futuro la Biblioteca di Udine affidi in comodato queste carte al Centro Studi, nella casa dove erano conservate.
Per quanto riguarda il tema dell’accessibilità: abbiamo digitalizzato il Fondo perché necessita di una particolare tutela, e quindi l’accesso è riservato solo agli studiosi. Non abbiamo i diritti su questi materiali, i quali sono degli eredi, per cui bisogna muoversi con una certa attenzione. Il passo successivo, quello di un accesso ‘indiscriminato’ ai materiali originali, credo sia prematuro; la diffusione di questi materiali richiede sempre l’autorizzazione degli eredi. Non abbiamo ancora completato la documentazione del materiale, ma ci stiamo muovendo su questi tre binari: la catalogazione del materiale fotografico, il riordino del materiale autografo e la costituzione di una biblioteca che raccolga tutto ciò che è stato e sarà pubblicato su Pasolini.

 

Dalla mostra fotografica «Con parole di figlio», 50 scatti nel 1960 di Federico Garolla, a cura del Centro Studi Pier Paolo Pasolini

 

Oltre al rapporto con le istituzioni politiche noto una forte cooperazione con il mondo universitario; credo che il rischio sarebbe, infatti, di fare del Centro una sorta di ‘museo’, e quindi semplicemente un contenitore di materiale esposto al pubblico. Sentite invece la necessità di divulgare e approfondire l’opera di Pasolini anche da un punto di vista critico-letterario, e da qui la nascita di una collana di saggi (Quaderni del Centro Studi Pier Paolo Pasolini) che raccoglie gli Atti dei Convegni da voi organizzati annualmente.

 

Sulla cooperazione con le Università dipende molto dai docenti: anni fa a Udine insegnava il figlio di Giorgio Caproni, ed era evidente il suo grande interesse per l’opera di Pasolini. Su questo stiamo lavorando, e da quest’anno, dopo nove anni di Convegni di un discreto livello, attiviamo un’altra forma di approfondimento e di studio, una ‘scuola estiva’ in cui il Centro Studi sarà affiancato da alcune università, quindi la Sorbona, l’università di Udine, di Trieste e la Ca’ Foscari di Venezia; oltre a queste l’Università di Bologna con il prof. Bazzocchi, che è un punto di riferimento per gli studiosi di Pasolini. Non vogliamo sostituirci all’Università, ovviamente, ma sentiamo nostra la missione di far conoscere l’opera del poeta di Casarsa.

 

Costituire una realtà del genere in un piccolo paese come Casarsa comporta il vantaggio di essere considerati un punto di riferimento all’interno della comunità. Molto interessante è il vostro progetto di ‘mappatura’ dei luoghi pasoliniani a Casarsa.

 

Per quanto riguarda il rapporto tra il Centro e gli abitanti di Casarsa, il Centro Studi è un’istituzione vissuta con un certo orgoglio; tutti notano un flusso continuo di visitatori intenzionati a toccare con mano i luoghi di Pasolini. Quello che si sta costruendo con l’amministrazione comunale è, infatti, la strutturazione di un itinerario accessibile, disegnato sia digitalmente che tramite cartellonistica stradale. Ci sono alcuni luoghi molto visitati, come il monumento funebre presso il cimitero di Casarsa e la piccola chiesa di Versuta, in cui Pasolini e sua madre hanno vissuto da ‘sfollati’ tra la fine del ’44 e l’immediato dopoguerra; vi è poi la chiesa di Santa Croce, preziosa per i suoi affreschi rinascimentali, a opera di Pomponio Amalteo, distrutti in buona parte durante i bombardamenti; basti pensare che la prima tesi di tesi di laurea che Pasolini presenta a Roberto Longhi è proprio su Pomponio Amalteo, per poi essere sviato su una tesi in pittura contemporanea, che Pasolini perderà a Livorno durante la fuga da Bologna, a seguito dell’armistizio[7]. Un altro luogo fondamentale è la Loggia di San Giovanni, dove si svolgeva l’attività politica di Pasolini, all’epoca segretario del Partito Comunista, e in cui affiggeva questi tazebao che abbiamo in parte recuperato.

 

La prima raccolta poetica di Pasolini, Poesie a Casarsa (Libreria Antiquaria Mario Landi, 1942), è immediatamente notata da Gianfranco Contini, che la recensirà sul «Corriere del Ticino» con un articolo dal titolo «Al limite della poesia dialettale»; secondo Contini, accanto a una componente soggettiva-irrazionale che il critico non esita a definire «narcisistica», i meriti dell’opera vanno ricercati nella sua operazione audace, di natura prettamente linguistica, con la quale Pasolini esalta la «nobiltà di una lingua minore»[8]. Ritroviamo insomma, già a Casarsa, le due componenti fondanti della sua poetica e della sua azione civile: l’opposizione di un linguaggio ‘minore’, come il dialetto, rispetto a un codice linguistico omologante e inespressivo (come sarà il «bell’italiano» descritto in Nuove questioni linguistiche)[9]; inoltre è a Casarsa che Pasolini scopre la ‘sacralità’ di un popolo ancora escluso da quell’appiattimento culturale che sarà decretato proprio dalla «volgarità» della televisione[10]; una ‘sacralità’ di cui Pasolini, negli anni, andrà disperatamente a rintracciare i resti, spostando il suo campo d’indagine dalla realtà rurale di Casarsa alle borgate di Roma, fino ad arrivare ai confini del Terzo Mondo in Poesia in forma di rosa (1964).

 

Pasolini è a Casarsa dal settembre ’43 alla fuga del 1950. Io penso che in questi anni, che sono gli anni della sua formazione, lui già abbia dentro di sé già maturato tutti i nodi più importanti della sua azione sia letteraria che civile; in nuce avviene già tutto qua. Il problema degli anni friulani è che sono poco studiati; ma la sua vocazione, ad esempio, pedagogica, si svolge nell’esperienza straordinaria dell’«Academiuta di Lenga Furlana», che lo convincerà a tentare la strada dell’insegnamento anche a Valvasone e a Ciampino. È un suo atteggiamento ‘pedagogico’ che ritroviamo sempre, anche nelle interviste e nelle rubriche di settimanali come «Tempo» e «Vie Nuove», in cui si rivolge ai lettori con un puntiglio raro.
Lo stesso dicasi per la sua vocazione ‘linguistica’, e penso al suo friulano ‘reinventato’; a casa sua, infatti, non si parlava friulano, ma un dialetto veneto, mentre il friulano lo apprende dai contadini, dagli amici del paese. È la prima volta che sente questa parola, «rosada»[11], nel cortile qui di fronte, da un ragazzo che si chiamava Livio (il fratello di mio padre), a fargli capire la musicalità di questa lingua friulana; ciò lo porta a scrivere in un friulano che contesta anche il friulano stesso, quello della koinè; «di cà da l’aga», appunto. Questa sua vocazione di ‘contestatore’, di chi mette in discussione tutti i canoni esistenti, nasce qui: è uno dei fondatori del Movimento Autonomista Friulano, assieme al senatore Tessitori, a D’Aronco, figure che per il Friuli sono fondamentali, per poi capire di non condividere più quel percorso politico. È qui infine che scopre la sua omosessualità, in quei Quaderni Rossi che conserviamo nel nostro archivio.

 

In una delle vostre pubblicazioni, Pasolini e la poesia dialettale (Marsilio, 2014), si pone l’accento sull’eredità letteraria ma soprattutto ‘poetica’ di Pasolini, ancora troppo adombrata dalla produzione saggistica e cinematografica. Invece esiste una generazione di poeti friulani che stanno proseguendo una ricerca linguistica già tracciata dal poeta di Casarsa.

 

Pasolini è conosciuto soprattutto per il suo cinema; i lettori dei suoi romanzi sono, ahimè, molto pochi. Quello che invece sta emergendo, secondo me, è il Pasolini poeta; noi riteniamo che siano proprio gli anni friulani a costituire le vette più alte della sua poesia. Contini aveva visto giusto nell’individuare in quelle poche pagine di Poesie a Casarsa la nascita di un poeta. Proprio a proposito di questa valutazione sull’importanza delle poesie friulane, avvieremo entro l’anno la ripubblicazione di tutte le sue plaquette, a iniziare proprio da una nuova edizione di Poesie a Casarsa, curata da Franco Zabagli, che è il curatore del Fondo Pasolini al Gabinetto Vieusseux, con la supervisione di Graziella Chiarcossi; e questo sarà credo un grandissimo regalo per tutti gli appassionati del Pasolini poeta.

 

[Intervista concessa il 26 aprile 2018 presso il Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia. Ringraziamo il Centro Studi Pier Paolo Pasolini, il presidente Piero Colussi e invitiamo i nostri lettori a visitare il sito www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it].

 

[1] N. NALDINI, Cronologia in P. P. PASOLINI, Tutte le Poesie, Mondadori, collana «I Meridiani», Milano, 2003, vol. I, p LXXI.

[2] http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/itinerario-pasoliniano/chiesa-di-santa-croce/

[3] http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/itinerario-pasoliniano/chiesa-di-santa-croce/lultimo-saluto/

[4] http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/itinerario-pasoliniano/san-giovanni/congedo/

[5] http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/itinerario-pasoliniano/chiesa-di-santa-croce/i-turcs-tal-friul/

[6] http://www.udinetoday.it/cronaca/documenti-pasolini-joppi-polemica-casarsa.html

[7] http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/una-lettera-di-pasolini-a-carlo-calcaterra-per-la-tesi-di-laurea-su-pascoli-1944/

[8] G. CONTINI, Al limite della poesia dialettale, «Corriere del Ticino», anno IV, n. 9, Lugano, sabato 24 aprile 1943. Fonte: http://badigit.comune.bologna.it/mostre/pasolini42/contini.pdf

[9] P. P. PASOLINI, Nuove questioni linguistiche, «Rinascita», 26 dicembre 1964, Roma, ora in ID., Empirismo Eretico, Garzanti, Milano, 2015, p. 33.

[10] P. P. PASOLINI, Contro la televisione, in ID., Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 2016, Milano, p. 130: «Che cosa vuol coprire la televisione (Bernabei, Granzotto, ecc. ecc., magari, ora, anche Paolicchi)? Vuol coprire la vergogna di essere l’espressione concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano. Ossia di essere la depositaria di ogni volgarità, e dell’odio per la realtà (mascherando magari qualche suo prodotto con la formula del realismo). Il sacro è perciò completamente bandito. Perché il sacro, esso sì, e soltanto esso, scandalizzerebbe veramente, le varie decine di milioni di piccoli borghesi che tutte le sere si confermano nella propria stupida “idea di sé” davanti ai video».

[11] P. P. PASOLINI, Empirismo Eretico, cit., p. 74: «Comunque è certo che io, su quel poggiolo, o stavo disegnando (con dell’inchiostro verde, o col tubetto dell’ocra dei colori a olio su del cellophane), oppure scrivendo dei versi. Quando risuonò la parola rosada. Era Livio, un ragazzo dei vicini oltre la strada, i Socolari, a parlare. [...] Tuttavia Livio parlava certo di cose semplici e innocenti. La parola «rosada» pronunciata in quella mattinata di sole, non era che una punta espressiva della sua vivacità orale. Certamente quella parola, in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende al di qua del Tagliamento, non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono».