Questo e altro. Letteratura e altri saperi.

Ciclo di seminari a cura del Centro di ricerca PENS: Poesia contemporanea e Nuove Scritture

 

 

Riprendono gli incontri di “Questo e altro. Letteratura e altri saperi”, ciclo di seminari a cura del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture” dell’Università del Salento, previsto per l’anno accademico 2017/2018.

Gli incontri in programma affronteranno le relazioni che intercorrono tra la scrittura letteraria e le altre forme di sapere (filosofia, storia, geografia, musica), attraverso l’analisi testuale di opere di autori contemporanei.

La rassegna è stata inaugurata il 13 dicembre 2017 con una lezione di Michele Truglia (Università Statale di Milano) dal titolo Il linguaggio allo specchio. Oltranza e oltraggi nella poesia di Andrea Zanzotto, sul dialogo tra poesia e filosofia, e proseguirà nei mesi di aprile e maggio presso le Officine Culturali Ergot (Piazzetta Ignazio Falconieri 1/B, Lecce), secondo il seguente calendario:

  • 27 aprile 2018 alle ore 18:30 - Mariaelena Tucci (Centro PENS): «Non si esce vivi dagli anni Ottanta»: la letteratura italiana a tinte rock.

L’intervento sarà dedicato al rapporto tra la nuova narrativa e la nuova ondata musicale nell’Italia degli anni Ottanta.

 

  • 8 maggio 2018 alle ore 18:30 - Annalucia Cudazzo, Alessio Paiano e Antonella Vinci (Centro PENS): «Questi strani silenzi del Sud»: una proposta di mappa letteraria.

Il seminario punta a ricostruire una mappa letteraria del Salento indagando le relazioni che legano gli scrittori al territorio.

 

  • 24 maggio 2018 alle ore 18:30 - Simone Giorgino (Università del Salento): «Dove sono le armi?»: lavoro e lotta di classe nella poesia di Pasolini.

L’intervento affronterà la questione del dialogo tra poesia e storia italiana contemporanea, con un particolare focus sul rapporto tra intellettuali e lavoro.

Con quest'articolo concludiamo il ciclo dedicato alla figura di Pier Vittorio Tondelli, scrittore-cardine di quella "letteratura emotiva" che ha segnato la generazione postmoderna. Gli scritti di Tondelli - da "Altri libertini" a "Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni '80" - respirano allo stesso ritmo della musica rock e new wave degli anni '70 e '80, divenendo così uno status culturale e sociale della generazione figlia della "mutazione antropologica" di cui parlava Pasolini. Raggiunta la maturità sia anagrafica che letteraria, Tondelli supera i paradigmi giovanili che avevano connotato i primi romanzi e si dedica a una personale e profonda ricerca di sé, abbandonandosi ai ricordi e alla malinconia, nel tentativo di attraversare il "tempo dell'attesa".

Con il 1980, con la strage di agosto alla stazione, la città di Bologna raggiunge un punto di non ritorno; Roberto Roversi partecipa al cordoglio, esorta alla resistenza, usa il mezzo mediatico da lui meglio conosciuto: la parola scritta. Pubblica articoli e poesie a soggetto, poi, insieme ai suoi compagni, va avanti nel progetto eso-editoriale che sperimenta la prassi, già collaudata, di un impegno civile mediato dalla poesia. Un’esperienza redazionale direttamente legata a questo umore è “Il foglio dei quattro giorni”, apparso dal 30 luglio al 2 agosto del 1981 in occasione delle manifestazioni culturali organizzate nel capoluogo emiliano in commemorazione dell’attentato. Al consolidato binomio Roversi-Maldini, si aggiungono nel gruppo redazionale Bruno Brunini, Nicola Muschitiello e Mino Petazzini; il foglio «si propone di essere un registro, sia pure essenziale, degli stati d’animo, dei pensieri, delle speranze, delle aspettative, dei sentimenti dei giovani convenuti a Bologna per le Manifestazioni del 2 agosto»

È il tempo dell’attesa, e all’attraversamento dell’attesa è dedicato un saggio del gesuita Antonio Spadaro: quell’attesa si lega ai temi dell’abbandono e della separazione dall’amato nella narrativa di Pier Vittorio Tondelli. Nella sua ostinata ricerca di una «letteratura come esperienza», della scrittura e della lettura come atti di «decifrazione della realtà», Spadaro sbroglia a modo suo la fenomenologia tondelliana, concentrandosi su quell’«attraversamento dell’addio» che è il perno del romanzo Camere Separate.

Martedì 21 marzo 2017 - Sulle tracce di Bodini.
Passeggiata letteraria per le strade di Lecce.

Il via alle ore 16.30 Porta Napoli
incontro conclusivo ore 20.00 Fondo Verri

In occasione della Giornata mondiale della poesia che ricorre martedì 21 marzo l’Associazione Centro Studi Vittorio Bodini, il Centro di ricerca PENS-Poesia contemporanea e nuove scritture – Dipartimento Studi Umanistici Università del Salento, l’Associazione Culturale Fondo Verri e Lecce Festival Letteratura con l’Assessorato al Turismo, Marketing Territoriale, Spettacoli ed Eventi della Città di Lecce, promuovono l’iniziativa “Sulle tracce di Bodini. Passeggiata letteraria per le strade di Lecce” rivolta agli studenti e alla cittadinanza, con l’intento di promuovere una “cultura dei luoghi” mediata dalla poesia, al fine di valorizzare e divulgare il patrimonio artistico-letterario della città e del territorio.La passeggiata prenderà avvio alle 16.30 da Porta Napoli, sarà animata dalla lettura a voce alta delle poesie di Vittorio Bodini commentate dal prof. Antonio Lucio Giannone, si dirigerà facendo tappa a Santa Croce, in Piazza Duomo, in via Carlo Russi, la ex via De Angelis strada dove il poeta abitò e dove sarà posta una targa in ricordo di Bodini.La passeggiata si concluderà alle 20.00 nella saletta del Fondo Verri, in via Santa Maria del Paradiso dove verrà presentato il progetto “Sentieri nascosti. Mappa letteraria del Salento” che intende mettere in rapporto alcuni luoghi del nostro territorio con l’interpretazione che ne hanno dato scrittori italiani e stranieri.
Alla passeggiata pomeridiana e all’incontro serale parteciperanno Valentina Bodini, figlia dello scrittore e Presidente del Centro Studi Bodini; il prof. Antonio Lucio Giannone; Simone Giorgino, Antonella Vinci, Carolina Tundo e Andrea Donaera del Centro di ricerca PENS; Elisabetta Cucurachi di Lecce Festival Letteratura; Mauro Marino e Piero Rapanà del Fondo Verri e il musicista Roberto Gagliardi.

Su un punto Carlo Levi e Pasolini – che si conoscevano e amavano molto – si trovano perfettamente in sintonia. Per loro il mondo che si presume arretrato, o arcaico, o appena sfiorato dalla modernità, non è un mondo da redimere, da correggere, ma contiene una sua verità preziosa, che getta un dubbio su qualsiasi magnifica sorte progressiva. Il sottoproletariato delle borgate romane contiene, accanto al degrado obiettivo, una “alterità” che mette in discussione tutti i valori dell’allora boom industriale e modernizzazione (imperfetta) del nostro paese. E così la Lucania significa per Carlo Levi, intellettuale ebreo torinese di formazione illuministica, la civiltà contadina, che conosce nell’esperienza concreta del confino e non in qualche libro di storia o di antropologia.

Tentare di isolare nell’opera di Primo Levi i momenti dedicati alla riflessione linguistica è impresa disagevole e destinata ad una realizzazione mutila, o quantomeno incerta. Difatti bisognerebbe operare una scelta di metodo, decidendo se privilegiare le circoscritte ma disseminate digressioni etimologiche o più genericamente filologiche, o esaminare, in un’ottica più larga, i fenomeni micro e macrostrutturali che rientrano nel dominio del linguaggio inteso nell’accezione più ampia e traversale di complesso di segni e simboli. In questa sede si intende rilevare come per Levi il linguaggio riproduca i moduli d’acquisizione dell’esperienza (nei termini di tracciabilità, capitalizzazione e riconversione) e come il linguaggio si determini a sua volta come esperienza paritaria e comunitaria.

Quando si scrive di Saviano, occorre fare una serie di operazioni che potrebbero essere ricondotte a un insieme di separazioni. La prima separazione fondamentale da mettere in atto è quella tra il Saviano-personaggio (la popstar che campeggia sui giornali, che va in televisione, che esprime la sua opinione grossomodo su tutto) e il Saviano-scrittore (l’uomo che si accinge a mettere le parole in fila e tessere un discorso con il quale vuole comunicare qualcosa).  Il rischio che il primo si sovrapponga al secondo e ne infici il giudizio sulle opere è elevatissimo. Ma è il prezzo che Saviano paga per essere indubbiamente lo scrittore italiano vivente più noto nel mondo.

Fra i racconti di Primo Levi, Versamina è quello che affronta in maniera più diretta la tematica del dolore e della sofferenza all’interno della vita dell’uomo. La storia gode della capacità, tipicamente leviana, di porre il lettore dinanzi ad un dilemma etico di difficile scioglimento di cui tuttavia l’autore, in controtendenza con il suo modus operandi, propone nel finale una soluzione in chiave moraleggiante. Versamina, per la complessità e l’ambiguità insita nel tema affrontato e per le soluzioni stilistiche adottate, è uno dei racconti meglio strutturati e più riusciti di tutto il microcosmo narrativo creato dallo scrittore. Levi in Versamina chiude un cerchio: riflette sull’uomo, sulla sua trasformazione, sulle sue debolezze, ne esplora la corruttibilità e la degenerazione, continua a riferirsi alla brutalizzazione tipica del Lager per riproporla a piccole dosi nella società da lui ricreata, in tutto e per tutto aderente a quella reale.