Lunedì, 29 Giugno 2026 20:31

Un altro sguardo. Le parole del cane nella letteratura italiana del Novecento

Scritto da Fabio Moliterni

Il volume di Andrea Giardina, Le parole del cane. L’immagine del cane nella letteratura italiana del Novecento (Firenze, Le Lettere, 2009, pp. 269) è un’occasione per riflettere su una fenomenologia che si sta imponendo nel panorama culturale contemporaneo: il misurarsi dell’identità del soggetto con il dominio del “non-umano”. Nel sistema di percezione del reale, per via di un sapere polimorfo che sconfina nei territori dell’antropologia e del pensiero (bio-)politico, si instaura un’interrogazione sul tema dell’identità condotta in una prospettiva post-umanistica.

Il volume di Andrea Giardina, Le parole del cane. L’immagine del cane nella letteratura italiana del Novecento (Firenze, Le Lettere, 2009, pp. 269) è un’occasione per riflettere su una fenomenologia che si sta imponendo nel panorama culturale contemporaneo: il misurarsi dell’identità del soggetto con il dominio del “non-umano”. Nel sistema di percezione del reale, per via di un sapere polimorfo che sconfina nei territori dell’antropologia e del pensiero (bio-)politico, si instaura un’interrogazione sul tema dell’identità condotta in una prospettiva post-umanistica. Si tratta di sottrarre questo orizzonte teoretico alle declinazioni di una certa vulgata postmoderna che risponde alla crisi ontologica del soggetto tradizionale richiamando il concetto della dissoluzione dell’io, e che postula la riduzione dell’identità a mero reperto nichilistico, simulacro disponibile alle più spericolate metamorfosi. Piuttosto, come dimostra la densità concettuale di questo studio, le irruzioni delle presenze animali sulla scena della scrittura testimoniano di una strategia plurivoca che rilancia la qualità etica di una riflessione sui legami e sulla relazione, sullo spazio da offrire all’apertura nei riguardi dell’“altro”.

L’esplorazione di Giardina rinuncia a un mero accertamento sui bestiari novecenteschi. Si sacrifica una rassegna delle pur complesse riletture della tradizione favolistica di stampo esopiano e fedriano, da Pirandello al primo Sciascia – gli animali parlanti cui si consegna il compito della riflessione moraleggiante sul destino umano, in un orizzonte teorico, stretto tra nichilismo e pensiero critico-negativo, ancora incentrato sul rispecchiamento antropocentrico. Questo studio sulla funzionalità delle figurazioni animali scarta felicemente dall’impostazione tradizionale del catalogo e si tiene distante da una direzione puramente diacronica della campionatura, denunciando forse nei progressivi avanzamenti dell’indagine un difetto di storicismo (un eccesso di penetrazione teoretica a scapito della storicizzazione degli oggetti testuali).

I legami particolari che il cane intrattiene con l’uomo passano dall’esercizio dello sguardo. Il cane è “creatura del silenzio”, in quanto gli è precluso l’uso del linguaggio, ma è anche capace di mediare una “pienezza sensoriale” che scompagina le mappe mentali più collaudate; provoca l’attivarsi di domande che incrinano, turbandole, le relazioni normative e le gerarchie identitarie: “Tra gli animali, il cane è quello che ha più sguardo. […] Perché – questo è il punto risolutivo – gli occhi del cane si rivolgono all’uomo. Il cane ci guarda”, p. 48. Per determinare la natura di questo sguardo gettato tra due specie, si dovrà parlare di uno “sguardo tattile”, non esclusivamente visivo ma prensile e disponibile a utilizzare “protesi sensoriali” come l’olfatto. Viene alla luce una condizione del pensiero con la quale gli scrittori del Novecento hanno declinato la presenza del cane nel loro immaginario: sempre a metà tra due dimensioni opposte (ma complementari), tra estraneità e sconcertante prossimità, il cane si pone sulla soglia delle tavole concettuali prestabilite. L’occhio del cane si fa teatro di pensieri inediti, convoca sentimenti oramai negletti come la vergogna (di cui si sottolinea con Pirandello il potenziale di “rischio” nello smascherare il mondo delle apparenze); rivoluziona le prospettive consuete grazie alla sua natura ancipite che scalfisce non soltanto il pregiudizio antropocentrico, ma soprattutto ogni ripiegamento identitario all’insegna della querimonia narcisistica: “Svestendo l’abito dell’uomo unico artefice del proprio destino, è possibile pensare a un altro sguardo”, p. 90.

Già “guardiani delle soglie” nella tradizione avernica di origine classica e poi umanistico-rinascimentale, psicopompi e frequentatori dell’aldilà, i cani dispiegano la loro carica allegorica lungo le più varie traiettorie delle scritture novecentesche, in prosa e in versi, nell’abitare i margini del nostro sguardo sul mondo. Ricorrendo alle sollecitazioni della nuova etologia (la zoo-antropologia di R. Marchesini), Giardina parla della qualità ambivalente delle relazioni con il cane. Qualità che consiste in un movimento che sottrae l’antropocentrismo al nostro sguardo e recupera prospettive etiche all’insegna di un’idea “minima” di identità. È quanto accade nei bestiari femminili del Novecento (Ortese; Morante: Blitz, Bella), dove si assiste a una sorta di riabilitazione dell’animale in un repertorio figurale e tematico di tipo “creaturale”, che decostruisce stereotipi ereditati (tanto della sfera animale quanto di quella femminile) e disegna i contorni di una nuova “entità” sorta dall’incontro alla pari tra specie diverse.

Il tema dell’animalità si incrocia con le più alte esplorazioni che il pensiero letterario contemporaneo ha condotto a ridosso di nodi storici dalla vertiginosa complessità. La malefica organizzazione del Lager, vista da Primo Levi come conseguenza della retrocessione dell’umano al fondo dell’istinto, si configura come punto di non ritorno per una scrittura tesa a “rinsaldare i confini su cui fa pressione l’animalità, cioè l’irrazionale che sta fuori e dentro di noi. Scrivere equivale a lanciare una sfida all’oscuro. La parola è la linea di demarcazione tra uomo e animale”, p. 233. Coinvolti in una fenomenologia dei rapporti umani di tipo materialistico, gli scrittori novecenteschi producono costellazioni tematiche plurali ma convergenti, nel coniugare la presenza animale come allegoria del degrado etico e politico del presente, dentro una composita tessitura di strategie intellettuali (e di soluzioni espressive) che vedono incontrarsi l’umanesimo problematico di Levi, le parabole malinconiche di Sciascia con gli scatti visionari e (contro-)utopistici di Parise e Volponi, Celati. Qui, accanto alla rappresentazione della “catastrofe” come effetto dell’eclissarsi della ratio negli abissi del Male, emerge la visione di una umanità riconquistata che coopera con un’idea non degradata della specie animale, proprio in quanto consapevole che l’uomo, dimentico della propria dimensione inconscia, corporale e istintiva, si impoverisce e non muta: “A questo livello sta lo ‘scatto’ visionario di Volponi […]. Ad una metamorfosi intesa come degradazione dell’umano se ne oppone un’altra che ricongiunge uomo e animale, evidenziando i proficui esiti delle cooperazioni tra ratio ed istinto”, p. 238.

Non si tratta soltanto di assimilare il punto di vista animale (in funzione straniante e demistificante): acquisire familiarità con le prerogative dell’altra specie e applicare lo sguardo sui limiti dell’animale-cane, facendoli diventare fonte vitale, significa recuperare una visuale dal basso, “aperta”, che, come voleva Bachtin, nella carica di liberazione dalle sovrastrutture culturali, crea la dimora instabile della mutabilità per un soggetto esposto alla necessità della relazione. Inscrive, dentro le coordinate di uno spartito polifonico di figurazioni animali che si “intrudono” nel vocabolario del reale, la possibilità di assumere uno sguardo più ricco e complesso, per affrontare – e condividere – lo spettacolo e il dolore del mondo.

 

[Recensione a A. Giardina, Le parole del cane. L'immagine del cane nella letteratura italiana del Novecento. ANNALI D'ITALIANISTICA, vol. 28, 2010, pp. 604-606].