I due volumi pubblicati recentemente dalla casa editrice Carocci, Tutte le poesie a cura di Pasquale Stoppelli e Tutte le prose a cura di Giorgio Delia, sono testimonianza tangibile di un rinnovato interesse nei confronti della scrittura di Pierro, e in particolare, per quanto attiene al versante lirico della sua opera, di quella svolta dialettale del 1959-1960, ancora oggi di non immediata interpretazione da parte della critica.
L’analisi del volume Pierro al suo Paese - Atti del convegno su «La poesia di Albino Pierro» (Tursi, 30/31 ottobre 1982), a cura di Mario Marti, è stato illuminante per delineare il percorso di un autore rimasto per troppo tempo ai margini del panorama letterario.
L’esordio di Pierro avviene nel 1946 con Liriche, in cui è possibile scorgere, stando alla ricostruzione di Aldo Rossi delineata in Ritratti critici di contemporanei, la presenza di marcate «eredità pascoliane, decadenti o crepuscolari», rendendosi capace, nonostante le influenze e i debiti contratti con la tradizione lirica otto-novecentesca, di imporre un personale e sperimentale taglio artistico.
L’opera prima di Pierro nasce da una ricerca nell’ancestrale interiorità che, come sostiene Rossi, «appare inerme, allarmata, sempre sull’orlo di un precipizio di cui s’ignorano i confini». Con un fare apertamente autobiografico, Pierro propone la contemplazione di un mondo dai contorni evanescenti e il tentativo di giungervi attraverso l’esclusiva condizione onirica dalla matrice apertamente pascoliana, rievocata in svariati componimenti in lingua. La lirica del poeta lucano è regno di figure fantasmatiche, presenze animalesche e sensazioni sonore, come quella provocata dalla voce del vento e il conseguente timore atavico che il popolo Lucano sviluppa al suo primo soffio che si posa sui borghi e sul paesaggio argilloso circostante. Il colloquio, o meglio, il tentativo di costruzione colloquiale con la figura paterna non presenta tratti traumatici edipici, ma l’ascensionale acuire di un’insicurezza personale, tanto da destare la consapevolezza dell’impossibilità di riapprodo al «nido» tanto desiderato e sognato.
Il 1960 è l’anno della svolta dialettale; è Pierro che chiarisce i motivi del cambiamento stilistico attraverso un’intervista. Segue un breve estratto delle dichiarazioni del poeta: «Fino a poco più di un ventennio fa le mie esigenze espressive avevano trovato soddisfazione nella composizione di poesie in lingua. […] Ma il 23 settembre del 1959, a Roma, di ritorno dalla Lucania, avvertii il bisogno di esprimermi in tursitano. […] Quel ricordo […] chiedeva di essere tradotto in canto […], un canto diverso nelle sue modulazioni da quello cui avevo fino ad allora affidato i moti del mio sentimento […].
Attraverso quello che Contini definiva «[…] dialetto «arcaicissimo «[…] dialetto arcaicissimo di Tursi, il neolatino addirittura protostorico della più isolata Basilicata», Pierro mira alla realizzazione di una lirica semplice da cui possa emergere il candore della parola, evitando ogni tipo di riduzione o banalizzazione contenutistica. Tutto il lavoro del poeta nella sua personalissima fase dialettale riunisce in sé la combinazione del linguaggio infantile e il fondo arcaico dell’amata terra tursitana, questi tenuti insieme da una nuova sensibilità che potremmo definire di tipo antropologico o etno-poetico. La durezza espressiva che caratterizza la prima produzione di Pierro è mitigata dal rinnovato senso dell’amore legato alla gestualità primigenia, sia pur nel radicalizzato sentimento di fugacità dei sentimenti, spesso adombrati da un’incessante sensazione apocalittica.
In virtù dell’innegabile copresenza di vita e morte in quella sorta di Eden lucano, la figura di Pierro è posta accanto a quella di Ernesto de Martino: per entrambi, infatti, la Lucania è «stato di passione» che richiama il proprio figlio, il prodigo - si pensi a Lucania mia, uno dei più celebri componimenti in lingua, al cui richiamo è possibile rispondere esclusivamente attraverso l’immersione rituale nel cronotopo lucano.
È stato segnalato un interessante parallelismo della poesia di Pierro con quella del conterraneo Rocco Scotellaro relativamente al canto del gallo e la rispettiva connotazione simbolica, sicuramente non esente dell’eco di un topos classico sopravvissuto in Lucania.
«U ialle ê cantète.//Cché aspèttese?- Il gallo ha cantato// che cosa aspetti?» (Pierro)
«È fatto giorno […] i galli cantano, // ritorna la faccia di mia madre al focolare». (Scotellaro)
Il canto del gallo segna una rottura del dialogo notturno con i morti e, rievocando la tradizione classica, sembrerebbe accompagnare l’anima del defunto nel suo viaggio ultraterreno, conferendo luce redentiva a quegli occhi oscurati dalle tenebre della notte/morte.
Uno dei componimenti in dialetto, tra i più suggestivi e noti di Albino Pierro, è ‘A Ravatène. La Rabatana è un rione della città di Tursi; sopraelevato rispetto agli altri, è microcosmo vitale di una Lucania subalterna che arranca per la sopravvivenza, spazio in cui la ferocia istintiva emerge in tutta la sua pienezza espressiva, ponendosi come unica e autonoma manifestazione di cultura da parte di un popolo oppresso e implorante. È Pierro che attraverso la lirica, di cui sono riportati i passi più esemplificativi, conferisce questo tipo di descrizione che, prescindendo dalla meraviglia mistica e contemplativa suscitata dalla realtà paesaggistica, sembra voler alludere a qualcosa di più insidioso e sinistro, irriducibile alle categorie con le quali il pensiero egemone racconta il sud Italia.
Seguono i versi scelti del componimento dialettale:
«Cchi ci arrivè a la Ravatène//si nghiànete ’a pitrizze//ca pàrete na schèhe appuntillète//a na timpa sciullète. […] Pòure cristiène!//Ci durmìne cch’i ciucce e cch’i purcèlle// nda chille chèse nivre com’i fòrchie// e pure mó lle chiàmene “biduìne”// cc’amore ca sù’ triste e fèn’a sgrògnue//a piscunète e a lème di curtèlle».
Si noti la traduzione in italiano:
«Per arrivarci alla Rabatana //si sale la pitrizze (strada irta di pietre) //che sembra una scala addossata //a una timpa (parete argillosa) in rovina. […] Poveri cristiani! //Ci dormivano con gli asini e coi maialetti// in quelle case nere come le tane;//e anche ora li chiamano “beduini”//perché sono violenti e fanno a pugni//a sassate e a lame di coltello».
Nonostante questo stato primordiale caratterizzato da una violenza inaudita, è la Rabatana stessa che produce il suo antidoto:
«ll’avères’ ’a viré chille ca fène// i Ravitanése quanne c’è na zite;//vi ndippèrese i ’ricchie cchi nun sènte//catarre manduline e colp-scure,//scamizze di uagnune e d’urganètte//e battarie e tróne di tammure».
«dovresti vederlo quello che fanno// i Rabatanesi quando c’è una sposa;// vi otturereste le orecchie per non sentire chitarre mandolini e mortaretti schiamazzo//di ragazzi e di organetti// e batterie e tuoni di tamburo».
E ancora, con U spurtune, emerge il tentativo di Pierro di un ritorno nella terra d’origine, con tendenze edipiche. Se si considera il “cestone”, traduzione del titolo del componimento, come una metafora del grembo materno, la poesia sembra contemplare anche il più cruento annientamento esistenziale pur di fare ritorno e rientrare nei confini, potremmo dire, della sua matria tursitana («e mi facére tagghiè cc’ ’a ’ccètte//cchi ci trasì’» - « e mi farei tagliare con l’accetta// per entrarci»).

