Il seminario Lingua della poesia e poesia della lingua in Sanguineti, tenuto da Enrico Testa giovedì 14 maggio 2026 presso l’Università del Salento, si è posto a conclusione del ciclo Strane Creature. Poeti del Novecento e contemporanei.
La dovuta premessa al discorso sulla poetica sanguinetiana parte dal processo di evoluzione della lingua poetica italiana avviatosi tre la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e compiutosi per mezzo di quelle che Pier Vincenzo Mengaldo ha definito "categorie di attraversamento". L’inquadramento di Sanguineti in uno qualsiasi di questi varchi letterari pone, tuttavia, una criticità di fondo, alimentata dal dichiarato rifiuto del poeta nei confronti della tradizionale metafisica della poesia e del “poetese”. Eppure, neanche Sanguineti sembra potersi esimere dal rimanere dialetticamente impigliato in quel moto sinusoidale della poesia che si concretizza nel necessario alternarsi (o "dondol[i]o") tra invenzione, tradizione e innovazione.
Il furore accumulativo della produzione letteraria sanguinetiana si nutre di ciò che Testa ha definito, più che un pluringuismo, un "omnilinguismo" generato da un lavoro poetico insieme "mosaico" e "museale". Una tensione che si esercita in diacronia e in sincronia, sull’asse paradigmatico e sintagmatico della lingua, e si manifesta, puntualmente, in un’estrema apertura o escursione linguistica (con l’eccezione dei dialetti) e in un’onnivora pratica catalogatoria, sostenute da un’acuta riflessione sulla lingua.
Il Sanguineti linguista o “lessicomane”, lettore, studioso, “ritagliatore” e glossatore degli studi di Bruno Migliorini e sostenitore delle tendenze strutturaliste e jackobsoniane (che rispolvera l’aggettivo "cormentale" e si affeziona al suo uso sostantivato di memoria sterniana e foscoliana, tanto da inserirlo nel Supplemento al Grande Dizionario della Lingua Italiana, da lui curato nel 2004), pare essere, suggerisce Testa, l’istanza chiarificatrice di alcuni dei più peculiari tratti dell’opera poetica sanguinetiana.
Da dove prende le mosse questa attenzione (meta)linguistica o lessicografica (lessico-maniacale, appunto) da parte del poeta di Laborintus? Anzitutto, suggerisce Testa, dall’attenzione rivolta a tutti quei fenomeni che stanziano ai margini della comunicazione linguistica, secondo una propensione a indagare l’abnorme, le anomalie (anti-)grammaticali. Significative, in tal senso, la considerazione di Sanguineti circa la naturale tendenza dell'essere umano a relazionarsi al fondo arcaico, (“protopsichico”) di ogni essere umano, “sensificando” le sue intenzioni primordiali; la sovrabbondanza di interiezioni, segnali discorsivi, così come il frequente ricorso a neologismi, onomatopee, iterazioni lessicali e l’infinita serie di possibilità linguistiche divergenti rispetto alla norma ordinaria: sono tutti fenomeni stilistici e microtestuali, messi in evidenza da Testa attraverso una serrata e coinvolgente pratica di lettura dei suoi testi poetici, da Segnalibro a Rebus, da Glosse a Corollario, che trovano ragion d’essere anche in funzione di una complessa concezione della lingua.
Un’idea di linguaggio che diventa rappresentazione, anticipazione, prefigurazione o adempimento utopistico (“un paradigma inedito”, scriveva in Scartabello 28), di una realtà primordiale, quasi “magica”, rituale o cerimoniale, in cui significante e significato, poesia della lingua, lingua della poesia e lingua comune o parlata si fondono.
In questo senso, la prospettiva sanguinetiana, più prossima alla naturale correttezza dei nomi teorizzata da Cratilo nell’omonimo dialogo platonico che non ai paradigmi teorici novecenteschi sull’arbitrarietà del segno linguistico, risulta particolarmente attenta al nucleo primario della comunicazione, alle forme (foniche) di un linguaggio arcaico e liminale, primitivo, deviante, onirico o propriamente (apparentemente) delirante, ai limiti della patologia ecolalica (e invece sempre relazionale, dialogica, protesa nel “sensificare” la presenza dell’alterità, dell’altro-da-sé); e costituisce il nucleo di quell’"illusione" che il poeta "ha rivalutato", con costanza indomita, attraverso la pratica poetica, nel rappresentare la realtà primordiale dell’essere umano.
Ma se la lingua è, com’è noto, un fenomeno collettivo, la sfida sembra allora consistere nella ricerca di ciò che, nella poesia 28 di Scartabello (1980), Edoardo Sanguineti definisce come "qualche cosa (una cosa), in me: (la cosa)". Attraverso l’elevazione alla terza potenza del più indeterminato e generico dei lemmi, il poeta pare alludere a un oggetto muto e originario, perduto ma costitutivo, la Ding freudiana attorno a cui si organizza tanto la rappresentazione del sé quanto quella dell’intera realtà che ci circonda, ci opprime, ci consola, ci appassiona, ci rende vivi.

