Il racconto di un territorio è saldamente vincolato alle coordinate dello spazio e del tempo, alla concretezza delle distanze e della durata dei tragitti necessari a percorrerle e non può ignorare come queste variabili influenzino le relazioni personali. Se al principio avevo immaginato che Ostia non si discostasse molto da altre realtà periferiche di cui avevo avuto esperienza, mi trovavo ora a valutare la natura peculiare di questo posto, periferia se considerato negativamente e per sottrazione rispetto all’Urbe, municipalità autonoma dotata a sua volta di un sobborgo e di un’identità propri se guardato nella sua singolarità. I dodici capitoli di "Ostia!" attraversano un arco di tempo che va all’incirca dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri e aiutano a gettare luce proprio sulla dialettica tra Roma Capitale e le sue frazioni, sulle politiche di integrazione e il loro insuccesso, sul dialogo intermittente tra enti amministrativi e associazioni cittadine. Sono, soprattutto, la testimonianza della ricerca di forme di socialità proficua, della creazione di legami solidali in un contesto difficile che raramente guadagna l’attenzione della stampa se non per fatti di cronaca che esorbitano dallo stretto giro della quotidianità locale, non foss’altro perché colti e diffusi dalle reti nazionali. In una realtà in cui la testata sferrata ad un giornalista è solo la manifestazione estrema e più eclatante della convivenza sofferta tra forze antagoniste per storia, valori e finalità, l’attività portata avanti dal collettivo cittadino di Territorio Narrante si configura come un tentativo di resistere all’alienazione, di porre un argine alle tendenze apolitiche, al disimpegno, alla rassegnazione