Su un punto Carlo Levi e Pasolini – che si conoscevano e amavano molto – si trovano perfettamente in sintonia. Per loro il mondo che si presume arretrato, o arcaico, o appena sfiorato dalla modernità, non è un mondo da redimere, da correggere, ma contiene una sua verità preziosa, che getta un dubbio su qualsiasi magnifica sorte progressiva. Il sottoproletariato delle borgate romane contiene, accanto al degrado obiettivo, una “alterità” che mette in discussione tutti i valori dell’allora boom industriale e modernizzazione (imperfetta) del nostro paese. E così la Lucania significa per Carlo Levi, intellettuale ebreo torinese di formazione illuministica, la civiltà contadina, che conosce nell’esperienza concreta del confino e non in qualche libro di storia o di antropologia.

Tentare di isolare nell’opera di Primo Levi i momenti dedicati alla riflessione linguistica è impresa disagevole e destinata ad una realizzazione mutila, o quantomeno incerta. Difatti bisognerebbe operare una scelta di metodo, decidendo se privilegiare le circoscritte ma disseminate digressioni etimologiche o più genericamente filologiche, o esaminare, in un’ottica più larga, i fenomeni micro e macrostrutturali che rientrano nel dominio del linguaggio inteso nell’accezione più ampia e traversale di complesso di segni e simboli. In questa sede si intende rilevare come per Levi il linguaggio riproduca i moduli d’acquisizione dell’esperienza (nei termini di tracciabilità, capitalizzazione e riconversione) e come il linguaggio si determini a sua volta come esperienza paritaria e comunitaria.

Fra i racconti di Primo Levi, Versamina è quello che affronta in maniera più diretta la tematica del dolore e della sofferenza all’interno della vita dell’uomo. La storia gode della capacità, tipicamente leviana, di porre il lettore dinanzi ad un dilemma etico di difficile scioglimento di cui tuttavia l’autore, in controtendenza con il suo modus operandi, propone nel finale una soluzione in chiave moraleggiante. Versamina, per la complessità e l’ambiguità insita nel tema affrontato e per le soluzioni stilistiche adottate, è uno dei racconti meglio strutturati e più riusciti di tutto il microcosmo narrativo creato dallo scrittore. Levi in Versamina chiude un cerchio: riflette sull’uomo, sulla sua trasformazione, sulle sue debolezze, ne esplora la corruttibilità e la degenerazione, continua a riferirsi alla brutalizzazione tipica del Lager per riproporla a piccole dosi nella società da lui ricreata, in tutto e per tutto aderente a quella reale.

Fantascienza? è uno studio ambizioso che coglie nel segno: Cassata ricostruisce, passo dopo passo, situazioni e background dell’officina delle short stories leviane, addentrandosi in una selva resa particolarmente insidiosa dai giudizi fuorvianti che hanno ricondotto la vena creativa del Levi alle sole esperienze del Lager.

Attraverso tali ricostruzioni Cassata recupera quel filo conduttore che lega Storie Naturali a Vizio di forma senza appellarsi insistentemente alla memoria del Lager. I quesiti affrontati sono numerosi: a partire da quelli più generici, legati alla definizione di una fantascienza italiana svincolata da quella americana, a quelli particolari, come la continuità o discontinuità fra i racconti delle diverse raccolte.