Tra gli uliveti pugliesi la magia sopravvive ancora: lo fa di nascosto, in silenzio, scorrendo come un fiume carsico tra le vite e le memorie di chi ha ereditato le conoscenze delle antiche masciare e degli antichi guaritori. Le formule magiche sono state tramandate nel tempo, soprattutto oralmente, alimentando un patrimonio di saperi e gesti capace di resistere al cambiamento storico e generazionale e di giungere fino alla nostra contemporaneità.
Su un punto Carlo Levi e Pasolini – che si conoscevano e amavano molto – si trovano perfettamente in sintonia. Per loro il mondo che si presume arretrato, o arcaico, o appena sfiorato dalla modernità, non è un mondo da redimere, da correggere, ma contiene una sua verità preziosa, che getta un dubbio su qualsiasi magnifica sorte progressiva. Il sottoproletariato delle borgate romane contiene, accanto al degrado obiettivo, una “alterità” che mette in discussione tutti i valori dell’allora boom industriale e modernizzazione (imperfetta) del nostro paese. E così la Lucania significa per Carlo Levi, intellettuale ebreo torinese di formazione illuministica, la civiltà contadina, che conosce nell’esperienza concreta del confino e non in qualche libro di storia o di antropologia.

