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Sabato, 10 Ottobre 2026 09:51

"Credono nei maghi": dal "Viaggio in Italia" di Piovene alle sopravvivenze magiche nel XXI secolo

Scritto da Valentina Francioso

Tra gli uliveti pugliesi la magia sopravvive ancora: lo fa di nascosto, in silenzio, scorrendo come un fiume carsico tra le vite e le memorie di chi ha ereditato le conoscenze delle antiche masciare e degli antichi guaritori. Le formule magiche sono state tramandate nel tempo, soprattutto oralmente, alimentando un patrimonio di saperi e gesti capace di resistere al cambiamento storico e generazionale e di giungere fino alla nostra contemporaneità.

 

«Credono nei maghi»: dal Viaggio in Italia di Piovene alle sopravvivenze magiche nel XXI secolo

scritto da Valentina Francioso

 

Tra gli uliveti pugliesi la magia sopravvive ancora: lo fa di nascosto, in silenzio, scorrendo come un fiume carsico tra le vite e le memorie di chi ha ereditato le conoscenze delle antiche masciare e degli antichi guaritori. Le formule magiche sono state tramandate nel tempo, soprattutto oralmente, alimentando un patrimonio di saperi e gesti capace di resistere al cambiamento storico e generazionale e di giungere fino alla nostra contemporaneità. Rituali appartenenti a un mondo in cui la salvezza dell’individuo era spesso affidata al rito, alla preghiera, alla parola pronunciata nel momento giusto continuano a esistere anche nel XXI secolo e c’è ancora chi, su richiesta, ritiene di poter aiutare gli altri facendovi ricorso.

In passato, in molte aree del Meridione, soprattutto fino alla metà del Novecento, le formule magiche rappresentavano una risorsa simbolica attraverso cui affrontare ciò che Ernesto de Martino, con particolare attenzione in Sud e Magia, ha definito «crisi della presenza», ovvero la condizione per cui l’individuo rischia di perdere la propria capacità di essere presente e di agire di fronte a un evento percepito come incontrollabile. Il ricorso alla magia, in questa prospettiva, non è soltanto superstizione, ma è anche il modo attraverso cui l’uomo tenta di dare ordine a ciò che ordine non sembra avere, di affrontare la malattia, la paura, la sventura e tutto ciò che minaccia il fragile equilibrio della vita quotidiana[1]. Ma il mondo magico del Sud non appare soltanto nelle ricerche sul campo di de Martino o, ancor prima, nelle pagine del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi; negli anni Cinquanta del Novecento c’è un altro grande scrittore in viaggio tra le strade sterrate della Puglia e delle regioni confinanti: è Guido Piovene.

Giornalista e romanziere, ma soprattutto grande viaggiatore, Piovene, impegnato in uno straordinario viaggio attraverso le regioni d’Italia, giunge al Sud con l’intento di attraversare il Meridione, osservarne i luoghi, incontrarne gli abitanti, raccogliere informazioni e restituirle al lettore attraverso quello che diverrà poi il suo Viaggio in Italia. L’opera, frutto della trasposizione letteraria della trasmissione radiofonica Rai che Piovene tenne fra il 1953 e il 1956, pubblicata nel 1957 da Mondadori, non è soltanto una guida letteraria, ma un vero e proprio “affresco” di descrizioni paesaggistiche, cittadine, artistiche, e anche di modi di vivere, tradizioni, e, soprattutto, testimonianze dell’Italia e degli italiani del secondo dopoguerra. Piovene attraversa dunque anche la Puglia, una regione che agli occhi del viaggiatore appare ancora profondamente legata alle proprie tradizioni e ai propri riti e in cui, pochi anni dopo, de Martino compirà le proprie ricerche etnografiche sul fenomeno del tarantismo.

Il giornalista veneto, in particolar modo mentre visita la zona tra Bari e Taranto, ha la possibilità di constatare l’esistenza e la sopravvivenza di un vero e proprio sostrato magico che sembra aleggiare con particolare vigore nella terra dei trulli e degli uliveti. Scriveva Piovene:

 

La Puglia, lo abbiamo già detto, forse perché è la più orientale delle nostre regioni, conserva le credenze magiche più delle altre, e le indirizza secondo le occasioni verso il sacro o verso il profano. Il magico è accettato come fatto normale, si mescola    al razionale, si alterna ad esso senza contraddizione. Il più grande tra i maghi vissuto in tempi recenti da queste parti fu Giuseppe Argentieri, chiamato Giuseppe di Sierre, guaritore e indovino, uomo di grande rettitudine secondo il pubblico giudizio, disinteressato e prudente. La ressa dei suoi fedeli era tale che si dovette istituire una fermata apposita della ferrovia[2].

 

 

 

È la storia di un uomo al quale il vulgus, ma non solo, si rivolgeva per affrontare e superare le difficoltà e le sventure della quotidianità. Attraverso le testimonianze degli abitanti, Piovene ricostruisce la figura di un guaritore al quale venivano attribuite capacità straordinarie. In uno dei trulli visitati dal giornalista, un vecchio contadino narra, come esempio della grandezza dell’uomo, la malattia della moglie: 

 

Molti anni fa, quando era giovane, mi narra il vecchio contadino, sua moglie fu presa da dolori acuti. Il chirurgo dell'ospedale diagnosticò l'appendicite e volle operarla d'urgenza. Il marito con un pretesto differì l'operazione di un giorno e corse a consultare il buon mago. Lo trovò sulla soglia. «Inutile che tu parli» gli disse «so perché sei qui. Tua moglie non ha l'appendicite e il chirurgo è una bestia. Se sarà operata, morrà. Portala invece a casa, e mettile un impacco di ricotta e mele cotogne». Il marito rapì la moglie dall'ospedale, fece l'impacco e la guarì. La miracolata del mago, anch'essa divenuta vecchia, ascolta il racconto e conferma[3].

 

È naturalmente una testimonianza filtrata dalla memoria di chi la racconta. Ciò che interessa a Piovene, tuttavia, non è stabilire se il rimedio abbia funzionato, ma osservare il sistema culturale nel quale una simile vicenda poteva essere raccontata e ritenuta credibile: nella Puglia di quegli anni magia e ragione non sembravano necessariamente in conflitto. Il figlio del contadino è, secondo Piovene, l’emblema del connubio tra mondo arcaico e progresso scientifico:

 

Straordinaria, come dicevo, è soprattutto la fusione delle credenze magiche con la ragione e la morale. I maghi per lo più non sono detentori di una potenza tenebrosa o malvagia, ma uomini probi, timorati di Dio, che eseguono un lavoro razionalmente controllabile e di pubblica utilità. Più che temuti, mi parvero rispettati. Il giovane contadino che assicurava l’esistenza dell’animale magico coltiva i campi con maestria, s’intende di radio, di fertilizzanti chimici e di macchine agricole, è bene informato in politica, e partecipa all’amministrazione locale. Anziché soffocare la magia, la ragione e la tecnica convivono con essa alla luce del sole, e condividono i poteri[4].

 

È forse proprio questa osservazione a rendere attuale il reportage di Piovene. Il giornalista non si limita a offrire ai propri ascoltatori, e poi lettori, la rappresentazione di una terra arretrata, sospesa in un passato immobile, ma la descrizione di una società in cui elementi apparentemente inconciliabili riuscivano a convivere. Il contadino poteva conoscere la radio, utilizzare fertilizzanti chimici, interessarsi di politica e, allo stesso tempo, credere nell’esistenza di un animale magico o rivolgersi a un guaritore: la modernità, dunque, non sostituiva il mondo magico, ma gli si affiancava.

Tuttavia, nella complessità di questo universo ricco di credenze, il ruolo del “santone” non coincideva necessariamente con la masciara. Seppe Li Sierre, così come veniva chiamato il famoso mago dagli abitanti del luogo, secondo le testimonianze della comunità locale, teneva a distinguersi da queste figure: per i mali più comuni, infatti, bisognava rivolgersi a queste donne depositarie di formule rituali e conoscenze tramandate nel tempo[5]. Le loro pratiche erano spesso legate a preghiere, cerimoniali, parole e gesti precisi e potevano presentare elementi simili anche in località geograficamente distanti.

La masciara era dunque un punto di riferimento all’interno di una comunità in cui la medicina scientifica non aveva ancora completamente sostituito le forme tradizionali di cura.

 

Ma cosa accade quando quel mondo arcaico penetra nell’era del progresso scientifico, della globalizzazione e dell’omologazione culturale? A distanza di decenni, gli eredi delle masciare vivono ancora nei paesi della Valle d’Itria e, in molti casi, continuano a custodire e utilizzare gli antichi saperi ricevuti in eredità. Nella cittadina di Ceglie Messapica, confinante con quei luoghi che Piovene aveva visitato, e dove aveva appreso notizie sulla magia e sul mago, c’è ancora una donna, la signora A. G., 55 anni, che conosce un rito per far passare u mal di vendr, ovvero i dolori addominali. Dopo decenni, la signora A. G. ha deciso di rivelare la formula curativa per poter contribuire alla sua conservazione.

Ciò che merita attenzione, prima ancora della rivelazione in sé, è però la vicenda narrata, nella quale la signora A. G. ricostruisce come abbia appreso la formula e, soprattutto, precisa i tempi e le modalità con le quali la formula debba essere utilizzata:

 

«Il rito del “taglio dei vermi”, così come viene chiamato nelle nostre zone, o perlomeno così come lo chiamava mia madre, lo ho appreso proprio da lei, da mia madre. È una formula che si recita per guarire i dolori alla pancia indifferentemente in bambini e adulti, va ripetuta tre volte e si devono poi recitare tre «Ave Maria», tre «Gloria al Padre» e tre «Padre nostro». Vi è un periodo preciso dell’anno in cui rivelare il rito, io l’ho appreso quando ero ancora poco più che bambina, probabilmente nel periodo della Pasqua, non ricordo con precisione. A mia volta avrei dovuto rivelare la formula a tre persone fidate, non per forza familiari, anche persone che possono essere semplicemente considerate capaci di svolgere questo compito».

 

Il rito, dunque, non consiste esclusivamente nel recitare una serie di parole, ma è parte di una tradizione che prevede un momento preciso per la trasmissione e un numero preciso di persone alle quali affidarla. Inoltre, non è sufficiente conoscere la formula: bisogna essere ritenuti capaci di utilizzarla e, soprattutto, degni di riceverla. È qui che il passato e il presente sembrano incontrarsi, perché la signora A. G. non vive in una società nella quale la medicina scientifica non si conosce o non sia facilmente accessibile. Al contrario, la donna conosce e riconosce il valore della medicina moderna, eppure custodisce una pratica appresa dalla madre e, in passato, ammette di averla utilizzata anche con le proprie figlie.

Il suo rapporto con la magia, tuttavia, è tutt’altro che pacifico:

 

«Per me questa non è magia, ho utilizzato la formula anche per curare le mie figlie, ma non ho mai pensato potesse essere considerata magia e, a dir la verità, a volte fatico anche a crederci. Tuttavia, essendomi stata rivelata da una donna che ci credeva fervidamente, ammetto di averla utilizzata. Ora, pur confidando nella scienza e nella medicina, ed essendo consapevole del fatto che si tratti di un’antica credenza e di un rimedio quasi sicuramente inefficace, nel rivelare pubblicamente la formula, e quindi nel venir meno a quelle che erano state le raccomandazioni di mia madre, provo anche un certo senso di colpa. Non c’è però motivo di tenerla nascosta».

 

È una contraddizione solo apparente, perché da una parte vi è la consapevolezza razionale della “probabile” inefficacia del rito e la fiducia nella medicina, ma dall’altra rimane il legame con la persona cara e con il mondo dal quale proviene. La credenza, in questo caso, non sopravvive necessariamente come fede assoluta nel potere della magia, ma soprattutto come memoria familiare, come rispetto per la figura materna e per la tradizione secolare che continua a incarnare.

 

Allora giunge il momento di rivelare la formula e la signora A. G., per la prima volta nella sua vita, la pronuncia ad alta voce:

 

«“San Martino ca ste a Rom,

a femmn è trist e l’omm è buen,

pagghje, jacque e sarmend,

 fa passa a vendr a…”

e alla fine si aggiunge il nome della persona che si vuole curare e si pronunciano le preghiere necessarie. Questa è la formula che mia madre mi ha insegnato tanti anni fa».

 

Tradotta dal dialetto cegliese, la formula è la seguente:


«San Martino che sta a Roma,

la donna è cattiva e l’uomo è buono,

paglia, acqua e sarmenti,

fai passare il mal di pancia a…».

 

La formula mostra dunque il ruolo che la devozione cristiana assume nei rituali magici, aspetto che de Martino ha potuto ampliamente documentare in Sud e magia[6]. Inoltre, l’antropologo stesso ci dà notizia dell’esistenza di alcuni riti per curare i dolori addominali riscontrati in diverse località della Basilicata e caratterizzati da elementi simili a quelli della pratica cegliese. De Martino collega le formule che rintraccia a una leggenda ben precisa:

 

Una volta un santo […] che peregrinava in incognito chiese ospitalità in casa di due coniugi: l'uomo fu cortese, ma la donna venne meno ai doveri dell'ospitalità e gli fece alcune sgarberie. Il santo la punì col mal di pancia, ma poi, per intercessione del marito, guarì la donna recitando uno scongiuro in cui velatamente alludeva al cattivo trattamento ricevuto[7].

 

La somiglianza tra i rituali pugliesi e quelli lucani suggerisce dunque un possibile terreno culturale comune, seppur non permetta, da sola, di stabilire con certezza che la medesima leggenda fosse conosciuta anche in Puglia[8]. L’espressione “taglio dei vermi”, invece, nelle ricerche di de Martino era associata esclusivamente alle formule rituali utilizzate per curare il mal di pancia nei bambini[9], riscontrate anche da Levi[10], sempre in Lucania, diversi decenni prima.

Tuttavia, il rito, nonostante presenti una forte connotazione religiosa, può anche essere modificato, assumendo così un significato completamente diverso. Ecco cosa racconta ancora la signora A. G.:

 

«Basta sostituire “fa passa a vendr” con “fa dulì a vendr” per far sì che qualcuno provi immediatamente un gran mal di pancia. Mia madre mi raccontava che un giorno era con delle sue amiche e una di loro ha fatto venire mal di pancia a un ragazzo che non le stava molto simpatico, si diceva gli avesse fatto venire “i vermi”».

 

Il racconto aggiunge allora un altro elemento alla tradizione: la magia non è concepita solo come strumento di cura, ma anche come strumento capace di provocare del male. È il lato oscuro, ma non necessariamente demoniaco, di un universo in cui le parole hanno un potere nascosto e in cui la formula rituale può essere indirizzata tanto verso la guarigione quanto verso la sofferenza.

Oggi, naturalmente, questi racconti non possono essere considerati una prova dell’efficacia terapeutica della magia, e la stessa A. G. lo afferma con chiarezza: la medicina scientifica rimane il punto di riferimento per la cura delle malattie, ma il valore di queste testimonianze è un valore diverso, di carattere storico, culturale, comunitario.

Le formule magiche, nate dalla fusione tra antiche tradizioni rituali e della devozione cristiana, sono dunque da custodire perché figlie di un mondo antico, ormai giunto al proprio tramonto, e del suo modo di interpretare il dolore, la malattia e la paura. La Puglia è cambiata, così come tutto il Meridione. Il progresso e la tecnologia hanno completamente trasformato una società che un tempo poteva apparire, agli occhi degli osservatori esterni, sospesa in una dimensione quasi «atemporale»[11]. Eppure, sotto la superficie del presente, qualcosa continua a muoversi: non necessariamente una fede cieca nella magia, né un rifiuto della scienza, ma la memoria di un modo diverso di interpretare la realtà e di un mondo che sembra mostrarci gli ultimi attimi della propria esistenza.

 

[1] Cfr. E. De Martino, Sud e Magia, a cura di F. Dei e A. Fanelli, Donzelli, Roma, 2015, pp. 61-66.

[2] G. Piovene, Viaggio in Italia, Mondadori, Milano, 1957, p. 602.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 603.

[5] Cfr. A. Tanzarella, Ostuni ieri. Personaggi di strada e di campagna, Schena Editore, Fasano, 1997, pp. 63-64: «Ad una donna che gli aveva portato il suo bambino affetto da “verme solitario” (la tenia), pretendendo che gli “tagliasse i vermi”, Seppe tra il serio ed il faceto le disse: ‘Cummà, non sono mica una fattucchiera; cheda tagghja li vierme’».

[6] Cfr. E. De Martino, Sud e Magia, a cura di F. Dei e A. Fanelli, cit., pp. 80-88.

[7] Ivi, p. 23.

[8] Una leggenda molto simile a quella che racconta de Martino è stata riscontrata anche nella valle dell’Aventino (Abruzzo): si veda A. Pezzetta, Feste, tradizioni e leggende su San Martino nella valle dell’Aventino tra passato e presente, in “Palaver”, 15 (2026), n°1, pp. 241-278.

[9] Ivi, p. 32.

[10] Cfr. C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino, 2018, pp. 210-211.

[11] Ivi, p. 184.

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