Con Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda (Carocci, 2020, pp. 118), Riccardo Donati riesce nel compito non semplice di restituire, con grande minuzia e avvertita acribia, il mondo letterario e speculativo della poetessa romana. Lo fa tracciando, alla stregua di una mappa ideale, le parole-sentiero di un’opera in corso che si definisce, del resto, proprio a partire dalla transitività dei suoi interrogativi, dal rapporto critico e attivo con la contingenza storica, dal tentativo di esprimere un punto di vista sulle cose mai pago di se stesso, senza tuttavia rinunciare alla ricostruzione di un significato che possa dirsi utopisticamente condiviso. Si apprezzano del lavoro di Donati l’arguzia e la cura con cui si offre al lettore un itinerario poetico ricco di sollecitazioni e aperture diverse, eppure caratterizzato da un’organicità di nessi e di problemi che disegna una coerenza non scontata per i tempi odierni.

Antonio Prete è oggi un autore, critico, comparatista che gode di stima internazionale e a cui la mia generazione deve molto: la sua appassionata curiosità ha indagato con acribia alcune delle più affascinanti firme della letteratura mondiale, Jabés, Leopardi, Baudelaire per citarne alcuni, ma si è anche generosamente riversata sull’esplorazione del sentimento (Nostalgia, 1992;  Trattato della lontananza, 2008) e sull’immaginario poetico legato agli elementi naturali (Prosodia della natura, 1993). Due aspetti, questi, che sembrano avere come spontaneo approdo il suo ultimo lavoro, Torre saracena. Viaggio sentimentale nel Salento (Manni, 2018).

A galleggiare nella mente, una volta terminata la lettura di Esposizioni (edito lo scorso 2017 da Il Mulino), è uno dei poster affissi sui muri di Casarsa della Delizia nel 2002. L’artista Paul McCarthy riproduce sulla carta del suo Pasolini il corpo assassinato del poeta in una nuvola rossa di sangue che si scaglia contro il bianco dello sfondo.  Quello a terra è un corpo sfigurato e parlante, che non cessa di interrogare chi si espone alla sua rappresentazione: è un corpo politico.

Tra la scrittura in versi e quella in prosa di Giovanni Bernardini c’è sempre stato uno stretto rapporto, sia per la presenza di alcuni temi in comune sia per il carattere discorsivo, prosastico della poesia che non è mai venuto meno nel corso degli anni. Anche quest’ultima raccolta, Nel buio la Parola (Monteroni di Lecce, Edizioni Esperidi, 2016) divisa in cinque sezioni, si ricollega, per evidenti affinità tematiche e ideologiche, al volumetto in prosa immediatamente precedente, Il Vecchio e l’Ombra (Dialoghetti) (2016). Qui, in venti capitoletti in forma di dialogo, Bernardini aveva esposto la sua “visione negativa” dell’esistenza umana, ispirata, come confessa egli stesso, a certi libri dell’Antico Testamento, ai tragici greci, all’amato Leopardi e ad altri pensatori più recenti, come il filosofo romeno E. M. Cioran. In un dialoghetto si definisce un “agnostico” che non possiede certezze “né di credente, né di ateo”, preferendo non pronunciarsi “dinanzi al mistero che avvolge tutto l’esistente”.

Luigi Scorrano ha svolto una lunga e apprezzata attività come critico letterario, nel corso della quale ha pubblicato numerosi studi, ben noti agli specialisti, su Dante e il dantismo novecentesco, Ariosto, d’Annunzio e su vari scrittori contemporanei, tra i quali ricordiamo almeno Alberto Bevilacqua e Cesare Giulio Viola, fatti oggetto di due monografie. Nel 2013 ha esordito come narratore con un libro di racconti, "L’uomo che guarda le stelle e altre storie di Natale", apparso presso l’Editrice Salentina di Galatina. Ora si presenta al pubblico dei lettori anche come poeta con "Scritture feriali. Poesia 2015-2016," pubblicato nel 2017 presso le Edizioni Grifo di Lecce nella collana “Prosa poesia” diretta da Antonio Resta.

Sin dal Prologo "L’ultima sillaba del verso" segna una svolta e insieme attesta una continuità con i romanzi precedenti di Luperini: una continuità perché anche in questo, attraverso la vicissitudine radicalmente individuale e privata del protagonista dell’autofiction – un professore famoso, anziano, imprigionato nella morsa di una devastante malattia – viene rappresentata, ma qui come per metonimia, la realtà di questi anni opachi e senza forma, deprivati di ogni orizzonte storico e ideale.

Nella raccolta poetica "Incontri e agguati", pubblicata nel 2015 da Mondadori, Milo De Angelis sembra calare il lettore, più volte invocato come amico, in una dimensione intima e familiare, come se volesse prenderlo per mano e condurlo in un viaggio fra ricordi e sentimenti, mettendo a nudo un io lirico che prova a riavvolgere il nastro della sua esistenza, confrontandosi col passato e preparandosi ad un impatto inevitabile con la morte.

L’ultima raccolta di Stefano Carrai, "La traversata del Gobi", pubblicata dai tipi di Nino Aragno Editore, è una delicatissima opera di resistenza contro il fluire della storia che cancella e appiattisce. L’autore stesso confessa, nelle note in chiusura, di non essere mai stato nel Gobi; pertanto, questo deserto deve considerarsi un «paesaggio dell’anima», che è immagine «di quel che nella vita resta indietro, non trova più posto, si perde sepolto sotto la sabbia».

L’ultima prova letteraria di Walter Siti, Bruciare tutto, si configura come un romanzo senza Dio, o meglio, come un romanzo che prova più volte a interrogare Dio senza ricevere aiuto. È questo il punto focale dell’intera vita interiore del trentatreenne Leo Bassoli, il protagonista del libro. Sacerdote presso una parrocchia della Milano moderna e benestante, don Leo divide le proprie giornate tra impegni eucaristici, doposcuola e opere di beneficenza.

Il volume edito nel 2015 da Àncora raccoglie per la prima volta l’intera produzione poetica di Antonia Pozzi, riunendo sillogi postume e componimenti fin qui inediti. L’edizione, curata da Graziella Bernabò e Onorina Dino, è stata realizzata grazie a un attento lavoro filologico condotto ex novo su manoscritti autografi della Pozzi e altri ricopiati da Lucia Bozzi, cara amica della poetessa, e da sua sorella Clelia.