Mercoledì, 17 Gennaio 2018 23:48

«Tutto è rimasto intatto come in una fiaba eterna»: intervista a Milo De Angelis

Scritto da Alessio Paiano, Chiara Briganti
Foto di Serena Oltremarini (Gallipoli, Aprile 2017) Foto di Serena Oltremarini (Gallipoli, Aprile 2017)

Milo De Angelis (Milano, 1951) è un poeta, scrittore e critico italiano. I suoi libri di poesia (tra cui SomiglianzeTema dell'addio, Incontri e Agguati) sono stati recentemente ripubblicati nella raccolta Tutte le poesie (1969-2015), edita da Mondadori per la collana "Lo Specchio". Oltre all'attività poetica, ha fondato nel 1977 la rivista Niebo, attiva fino al 1980; inoltre ha pubblicato un'opera narrativa, La corsa dei mantelli (1979), e una raccolta di saggi, Poesia e destino (1982).

Intervista concessa il 30 Aprile 2017 nell’ambito del festival della poesia Poié – Le parole sono importanti. Si è scelto di riportare le parole dell’autore, senza interpolazioni, dalla registrazione audio.

 

[Arriviamo in albergo non prima delle 17.00. Milo De Angelis ha chiesto cortesemente di attendere la fine della partita del suo Milan.]

Ho riscontrato tre diverse concezioni del calcio: quella del calcio come atto ‘estetico’ e artistico di un 'atleta-genio', come lo vedeva Carmelo Bene; una concezione ‘pasoliniana’, di un calcio da un lato ‘popolare’, ma allo stesso tempo vissuto come ‘ultima’ epica rimasta; in ogni caso potrebbe persistere, tra queste due accezioni, una terza, di puro carattere ludico, in cui l’evento sportivo è vissuto semplicemente come distrazione dal quotidiano. Lei che rapporto ha col calcio?

 

Io ho giocato a pallone da ragazzo, nei pulcini del Milan. Rivivo ogni domenica, come diceva Vargas Llosa, la 'dose' settimanale di giovinezza, che dopo la partita sentiamo di aver ricevuto come dei tossici che hanno bisogno di iniezioni di tempo ‘felice’. Ed è sempre emozionante vedere un bel dribbling, un bel tiro, una bella parata; ci riporta inevitabilmente a quando si giocava nel cortiletto di una scuola, di un oratorio o di chissà dove. Annidato in fondo alla memoria c’è sempre questo tempo ‘leggendario’ che si ripete, si ripresenta; e siccome ciò che abbiamo vissuto è imprevedibile come ciò che avverrà (il passato è imprevedibile come il futuro), allora rivivere adesso il calcio significa rivivere quei tempi in un’altra luce, con un’altra memoria, conoscere meglio ciò che ci è accaduto. Quindi è una bella esperienza di scavo e di interiorità. Io sono un poeta legato a ciò che rimane, legato agli archetipi, all’immutabile. Non vedo cambiamenti profondi nella natura umana, quindi nemmeno nel calcio. Tutto è rimasto intatto come in una fiaba eterna; l’emozione di quel perfetto traversone è la stessa di allora. Tutto il resto è sociologia, politica, giornalismo, che non tocca l’essenza dell’opera d’arte calcistica o sportiva in genere, che è un’opera d’arte d’origine greco-latina, legata alle nostre tradizioni. Siamo nati con un gesto atletico di Pindaro. 

 

Lei ha detto che il passato è imprevedibile, forse perché tentare di storicizzare tutto significa fare della cattiva sociologia, specie in arte.

 

È la colpa più grande di un critico, di un lettore, di una persona che ama la poesia, ridurla alle sue coordinate storico-sociali. Noi abbiamo vissuto gli anni Settanta, gli anni orribili dove tutto veniva ridotto a ciò, da un marxismo da accatto, da un facile tentativo di mortificare l’unicità e l’eternità dell’esperienza umana alle sue coordinate più contingenti. Ci siamo rifiutati allora, quando era difficile farlo; adesso, a maggior ragione, teniamo ferma questa convinzione che l’uomo non è riducibile a nessun contesto storico-sociale. Nel calcio nemmeno.

 

Cosa le è rimasto di quel periodo, che già allora sentiva di dover superare?

 

Io ero in lotta, in battaglia da solo contro cattolici e comunisti, contro due dimensioni egualmente totalitarie della vita, in una difesa strenua della poesia, forse ‘nietzschiana’, come tentativo di difendere la barriera dell’’unico e dell’irripetibile’. Qualcosa che allora non si poteva dire, mentre ora ne parliamo tranquillamente davanti a un registratore; allora, quando tutti ti chiedevano da che parte vuoi convogliare le tue forze poetiche e artistiche, era considerato blasfemo non stare da una parte precisa, che fosse per servire il popolo, la chiesa, il partito, non so che. Io ho sempre pensato che la poesia non ‘servisse’ nulla. Adesso non faccio che ribadire con assoluta certezza che avevo ragione, anche se ero in minoranza.

 

Però lei in quegli anni ha tenuto una rivista dal ’77 all’‘80, che era Niebo, prendendosi carico di dare spazio a delle voci importanti.

 

All’epoca c’era la passione per i grandi poeti, per l’idea di tramandare una consegna, una staffetta cosmica che ci coinvolgeva e di cui eravamo responsabili. Chiaro che poi lo sfondo polemico contro destra o sinistra fosse occasionale: quello che contava allora era la forza di questa passione univoca e disperatamente solitaria per la poesia, che allora più che mai (ma questo sempre) era l’ultima ruota del carro, era quello di cui tutti volevano servirsi per parlare di altro. Noi invece volevamo parlare dei poeti e della loro verità.

 

Noi, più giovani, viviamo quel periodo in maniera alquanto mitica, come se fosse passata un’eternità, ed è come se a questo passato 'mitico' non riuscissimo a rispondere come dovremmo.

 

A me mitico sembra questo presente, non vedevo nulla di mitico nella situazione ‘dittatoriale’ di allora, dove vigeva un’ideologia unica. Mitica era la giovinezza, quindi tutto era accettabile, perché anche il più terribile dei nemici faceva parte della nostra ‘sovrabbondanza’ del sangue e del nostro desiderio di esserci. Però se dobbiamo guardare a quel periodo con una specie di visione ‘aerea’, vedo una bruttissima povertà poetica, un periodo di sperimentalismi da una parte e di populismi dall’altra. Poi è chiaro che i grandi libri comunque c’erano, però contro l’ideologia del loro tempo: c’erano Caproni, Luzi, Sereni, Raboni, dei poeti che nonostante tutto continuavano a fare grande poesia. Però ciò di cui si parlava maggiormente era il dominio della psicanalisi, della semiologia, dello strutturalismo, dell’ideologia e di tutto ciò che noi di ‘Niebo’ consideravamo il nemico.

 

Chi è che si può dire ‘poeta’ se forse non c’è una definizione che possa essere utilizzata? Sembra che chiunque abbia necessità di esprimere un sentimento, avendo più o meno l’idea di una ‘forma’.

 

La poesia apparentemente è la cosa più facile del mondo, ma è chiaro che non sia così. Implica una passione monogamica, anche ossessiva, spesso patologica e drammatica per la singola parola, quella insostituibile. Si scrive sotto ‘alta sorveglianza’, come in una cella; facciamo parte di un tessuto delicatissimo, in una combinazione di congegni, e basta sbagliare un passo perché crolli tutto, perché vengano meno anni e anni di lavoro su una poesia. Vedo una permanenza di questa figura del poeta umiliata allora, come adesso, dall’inflazione dei finti poeti, dei performativi travestiti dai poeti, dei cantanti e dei cantautori... liberarsi dei cantautori è stato il primo dovere che io già a dodici anni ho sentito come cruciale. Sono nato nell’epoca dei cantautori, di questi orridi personaggi dalla poesia più facile, più a buon mercato.

 

È un argomento che ricorre spesso, ma non ho mai individuato una definizione precisa. Perché il cantautore non è poeta?

 

Perché applica a una 'parola' una musica che è esterna alla parola stessa. Così avviene quando un musicista pretende di accompagnarti mentre reciti una poesia, distruggendo sia la sua musica sia la poesia; la poesia ha una sua musica interiore che deve essere rispettata e che non può essere uccisa e soffocata da una musica esterna. Così fa un cantautore, mettendoci un motivetto orecchiabile dentro parole più o meno copiate dai poeti più facili, da Neruda a Prévert. La poesia è un lavoro micidiale, da orefice, su ogni parola, è uno scavo in verticale; poi non è spettacolare, non implica che ci sia un pubblico che applaude o che compra dischi, fa parte di un’altra visione del mondo. E soprattutto non è contemporanea: è postuma, è un’esperienza che ci vede già morti in vita e che forse quando saremo morti acquisterà un significato, mentre per i cantautori tutto è dentro l’immediatezza.

 

Quali sono le sue impressioni sul lavoro che si sta svolgendo a Poié? Ha avuto modo di notare che il festival non sia una semplice ‘rassegna’, ma sono stati affrontati degli incontri di tipo ‘laboratoriale’ che indagano sul mestiere del poeta.

Quando mi ha scritto Andrea Donaera ho sentito subito l’importanza di questo appuntamento. Per me è stato come il richiamo di una terra amata, di un luogo dove ha vissuto Vittorio Bodini o Claudia Ruggeri, Salvatore Toma e tanti poeti che apprezzo. Poi sapere che qui ci sono dei poeti che stimavo già prima, come Damiano Scaramella, Giuseppe Nibali, Anna Ruotolo e altri, mi ha subito spinto ad aderire a quest’incontro; non per certificare con la mia presenza qualcosa, ma per fare un viaggio insieme ad alcuni dei giovani poeti che ho stimato e che ho incontrato in tanti anni, come Giovanni Ibello di Napoli o Alessandro Bellasio di Milano, nati tra l’86 e il ’90, che mi sembrano avviati in una direzione giusta, con una firma e uno stile interessante e irripetibile.