Mi concentrerò sulla conferenza tenuta il 21 ottobre del 1975 al Liceo Palmieri di Lecce, che Pasolini decise di intitolare Volgar’eloquio recuperando un brano da Bestia da stile (1974), con l’obiettivo di collocare con esattezza all’interno della sua opera quell’intervento che rappresenta l’ultima occasione nella quale lo scrittore partecipò a un dibattito in pubblico prima dell’assassinio. Per farlo, dobbiamo immaginarci il suo tavolo di lavoro a quell’altezza cronologica: si trattava di un laboratorio o di un’officina febbrile, un coacervo ricco di travasi e osmosi intertestuali e intermediali, ripensamenti, ricerche in corso attraversate da un filo rosso che ricongiunge gli esordi alle ultime opere, il primo all’ultimo tempo del suo percorso intellettuale e biografico.

Pensando al suo ultimo anno di vita, Pasolini incrocia come sempre vari generi letterari e codici artistici: pubblica gli Scritti corsari e lavora al film Salò e alla Divina Mimesis, un progetto di riscrittura della Commedia di Dante ideato molti anni prima; sta completando la stesura del suo romanzo, uscito postumo nel 1992, Petrolio, e dà alle stampe una riedizione, o meglio, una riscrittura profonda delle poesie friulane giovanili, La nuova gioventù. Qual è il filo conduttore, l’elemento di continuità che tiene insieme la conferenza di Lecce al Palmieri, il pomeriggio a Calimera (dove si recò nello stesso 21 ottobre per ascoltare uno spettacolo improvvisato di musica grika), e le sue ultime aree di interesse e di intervento? Si potrebbe sostenere che ciò che emerge da questo palinsesto di testi, scritture e incontri pubblici è l’assillo che nutre la sua opera sin dagli esordi: la partecipazione civile e l’analisi spregiudicata della società italiana, da un lato; e dall’altro lato le osservazioni sulla lingua, l’interesse per i dialetti e l’interrogazione sulla sopravvivenza o la scomparsa della cultura popolare.

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